Olio extra vergine protegge da demenza e colesterolo

Olio extra vergine protegge da demenza e colesterolo

L’olio extra vergine di oliva può proteggere dal rischio di demenza. Una nuova ricerca sui topi suggerisce che l’adozione di una dieta ricca di questo ingrediente, sul podio della dieta mediterranea, può prevenire l’accumulo tossico della proteina tau, un segno distintivo di molteplici tipi di demenza. Grazie agli acidi grassi monoinsaturi o grassi “buoni”, questo condimento è noto per la sua capacità di ridurre il rischio di colesterolo alto e malattie cardiache.

Come si legge sul sito Medical News Today, il dottor Domenico Praticò – professore nei Dipartimenti di Farmacologia e Microbiologia e il Centro di medicina traslazionale presso la Lewis Katz School of Medicine della Temple University di Filadelfia, Pennsylvania – ha guidato il nuovo team nello studio. Gli esperimenti hanno rivelato che i roditori inclini alla tauopatia avevano il 60% in meno di depositi di tau rispetto ai roditori che non avevano avuto una dieta arricchita con olio extra vergine di oliva.

“I nostri risultati dimostrano che (l’olio extra vergine di oliva) migliora direttamente l’attività sinaptica, la plasticità a breve termine e la memoria, riducendo al contempo la neuropatologia tau nei topi (tau-inclini)”, ha specificato Praticò, aggiungendo: “Questi risultati rafforzano i benefici (salutari) (dell’olio extra vergine di oliva) e supportano ulteriormente il potenziale terapeutico di questo prodotto naturale non solo per (la malattia di Alzheimer) ma anche per le tauopatie primarie.”

Ci sono molti motivi per aggiungere questo condimento alle pietanze. L’olio extra-vergine fa bene anche al cuore e alla salute cardiovascolare in generale: aumenta una proteina nel sangue – chiamata ApoA-IV – che tiene a bada le piastrine, le cellule che servono a evitare emorragie ma che, se si aggregano impropriamente, possono portare a trombi (bloccare la circolazione del sangue) e quindi anche all’infarto o all’ictus. Lo ha rivelato una ricerca pubblicata sulla rivista Nature Communications.

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