Buccia di banana per dimagrire, la tesi di una dietista australiana

Buccia di banana per dimagrire, la tesi di una dietista australiana

La buccia di banana può essere utile per dimagrire. E’ questa la curiosa tesi della dietista australiana Susie Burrell. A detta di quest’ultima, la parte del frutto che siamo soliti scartare può migliorare il sonno, migliorare la pelle e persino aumentare la perdita di peso. (Ma in attesa di ulteriori conferme, studi o riscontri, meglio consultarsi con il proprio dietologo o nutrizionista prima prima di dedicarsi a delle scelte basare sul fai da te).

“In particolare, aumenterai il contenuto complessivo di fibre di almeno il dieci percento poiché nella buccia della banana si trova molta fibra alimentare. Riceverai quasi il 20 percento in più di vitamina B6 e quasi il 20 percento in più di vitamina C e aumenterai l’assunzione di potassio e magnesio”, ha detto, come si legge sul New York Post.

Burrell non consiglia di iniziare a sgranocchiare la buccia una volta che hai finito l’interno. Suggerisce invece di metterlo all’interno di un frullato, o magari nei prodotti da forno. Sul suo blog aggiunge: “Piuttosto, cucinare la pelle per ammorbidirla aiuterà a rompere alcune delle pareti cellulari all’interno della pelle, contribuendo a rendere i nutrienti facili da assorbire. La successiva fusione della pelle in ricette o frullati è il modo più pratico per usarli. Aumenterai il volume e il contenuto nutrizionale delle ricette con una modifica minima al gusto e alla consistenza della cucina”.

Quale banane è meglio scegliere? “Le banane con pelli di colore giallo brillante hanno una proporzione più elevata di antiossidanti associati ad effetti anticancro mentre le pelli verdi – sottolinea la dietista – sono particolarmente ricche dell’aminoacido triptofano che è associato a una buona qualità del sonno”.

La banana è un ottimo spuntino da fare durante l’attività fisica. Ha un’azione anti-infiammatoria, riduce lo stress muscolare e non è artificiale come gli energy drink. Lo ha spiegato uno studio dell’Appalachian State University di Kannapolis, pubblicato sulla rivista Plos One.

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