Charles Feeney, re dei filantropi: ha dato tutto ai poveri

NEW YORK – Non tutti sognano solo di arricchirsi e di morire ricoperti d’oro. C’è chi, come Charles Feeney, 81 anni, sogna di morire povero e, pure essendo uno degli uomini più ricchi d’america grazie alla sua catena di negozi duty free, ha donato tutto il suo patrimonio, dal 1982 ad oggi, in beneficenza. In tutto finora sono 6 miliardi di dollari regalati, mentre lui e i suoi cinque figli hanno fatto una vita da media borghesia. Gliene rimangono 1,5 miliardi che stima di cedere in aiuti umanitari entro il 2020. Perché il suo desiderio più grande è morire dopo aver emesso un ultimo assegno, a vuoto.

Feeney dopo aver frequentato la Cornell University grazie ai soldi statali per i reduci, aveva iniziato a lavorare vendendo alcolici ai marinai nei porti, e aveva finito per costruire un impero internazionale di negozi duty free negli aeroporti di mezzo mondo. Così aveva accumulato una fortuna che ne aveva fatto uno degli uomini più ricchi d’America. Nel 1982 ha deciso di creare la Atlantic Philanthropies, in cui ha fatto confluire tutta la proprietà della catena di negozi, lasciando qualcosa fuori per i cinque figli, quattro femmine e un maschio, per il suo modesto appartamento anonimo a midtown Manhattan, per i suoi vestiti acquistati ai grandi magazzini, per biglietti in classe economica quando girava per il mondo a sostenere le proprie cause. Tutto il resto, cioè 7,5 miliardi di dollari, era finito nelle casse della sua fondazione. Negli anni ha investito in cinque continenti, finanziando assistenza sanitaria diretta, istruzione, giustizia criminale, riforme dell’immigrazione, iniziative di pace, campagne per l’eguaglianza dei matrimoni e contro la pena di morte.

Nel 1997 Atlantic Philanthropies ha venduto il business dei duty free shop, e quindi Feeney è stato costretto a rivelare il suo nome, perché doveva firmare le carte. Ne è venuto fuori un libro dedicato alle sue avventure, “The Billionaire Who Wasn’t”, e soprattutto l’encomio pubblico di Warren Buffett, che lo ha definito il “leader spirituale” della campagna per convincere i ricchi a fare beneficenza.

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