Torre Galfa occupata Milano

Lo sgombero Galfa: non solo ripristino di legalità

23 Maggio 2012 - di marina_cavallo

MILANO – In questi giorni, le cronache milanesi e nazionali dei mezzi di informazione hanno portato alla nostra attenzione la questione dell’occupazione e successivo sgombero della Torre Galfa, della cui esistenza credo fossero a conoscenza solo gli addetti ai lavori e gli abitanti del quartiere. La Torre Galfa è un grattacielo di Milano, progettato nel 1956 e terminato di costruire nel 1959. L’edificio, situato all’incrocio tra via Galvani e via Fara (da qui il nome Gal-fa), ha un’altezza di 109 metri per 31 piani, ai quali sono da aggiungere due piani sotterranei.

Il grattacielo, quinto in altezza per la città di Milano, è riconducibile come architettura all’”International Style” ed è parte integrante del “Centro Direzionale” milanese, ideato negli anni cinquanta ma mai compiutamente realizzato. Il palazzo, costruito inizialmente per la società Sarom, fu poi acquistato alla metà degli anni settanta dalla Banca Popolare di Milano che lo utilizzò come centro servizi e sede operativa per circa trenta anni. Nel 2006 fu venduto alla Immobiliare Lombarda, società del gruppo Fondiaria Sai.

Dopo anni di abbandono e progressivo degrado, il 5 maggio 2012, il palazzo è stato occupato da un gruppo autogestito che opera nel settore dell’arte e che fa capo al centro culturale Macao, con l’idea di renderlo al contempo uno spazio di sperimentazione culturale, sociale e artistica. Il 15 maggio, dopo soli dieci giorni di “occupazione”, l’edificio è stato sgomberato.

Numerose personalità della cultura e dell’arte, milanese e nazionale, hanno appoggiato il gruppo culturale “occupante”, di fatto sostenendo che l’iniziativa fosse uno stimolo alla libera attività artistica e un punto di riferimento per il mondo giovanile milanese. Anche alcune personalità della politica cittadina hanno fornito il loro “sostegno” agli occupanti, recandosi in loco nei primi giorni di maggio e aderendo all’iniziativa. Lo sgombero è stato molto rapido, senza di fatto dare il tempo alle istituzioni di proporre sedi alternative al circolo Macao e soprattutto di prendere una seria posizione in merito ai vari edifici a Milano che, da mesi o da anni, sono occupati da gruppi autogestiti di varia estrazione politica.

La questione è seria: riguarda anzitutto il diritto alla proprietà privata, caposaldo della nostra Carta Costituzionale e del pensiero liberale occidentale, ma anche il diritto alla libera manifestazione del pensiero, con gli ovvi corollari della libertà artistica e dell’attività culturale.

Inoltre, nel caso della Torre Galfa, veniva in essere un’indubbia problematica di sicurezza, posto che l’altissimo edificio necessita di verifiche strutturali e di continua manutenzione. Insomma, Torre Galfa non era un posto sicuro per le aggregazioni spontanee e rischiava di concretizzare situazioni di pericolo oggettivo, ma il problema non può essere risolto così semplicisticamente giustificando lo sgombero.

Non dimentichiamo che il centro sociale Leoncavallo, nel bene e nel male punto nevralgico della storia e della cultura milanese da oltre tre decenni, oggi sito in via Watteau – su proprietà privata della famiglia Cabassi, con cui vi è un contenzioso aperto – occupa, diciamo abusivamente, la propria sede da sempre. D’altro canto, con i costi che tutti conosciamo delle locazioni o degli acquisti di grandi edifici in città, è pressoché impossibile per un’associazione senza fini di lucro acquisire legittimamente un vasto spazio per momenti di cultura e di aggregazione.

Quindi, forse, il problema sta proprio nel consentire a questi gruppi autogestiti – ovviamente, previa una valutazione di massima della “legittimità degli scopi” – di costituire la propria sede in luoghi di proprietà pubblica, non danneggiando il privato, ma favorendo la collettività. Penso al percorso virtuoso che è avvenuto nel caso dell’area dell’ex Ospedale Psichiatrico Pini, ad Affori, di proprietà della Provincia, che oggi ospita, tra le varie attività, anche associazioni culturali e legate al mondo del volontariato.

Insomma, occorre, ad avviso di chi scrive, che le Istituzioni politiche mettano a disposizione alcuni grandi aree – e ce ne sono moltissime a Milano, retaggio delle industrie non più operative – a questi progetti di arte, cultura e socialità che, se ben valorizzate e allontanate dall’illegalità diffusa, possono davvero dare una marcia in più alla comunità cittadina.

 

di Ilaria Li Vigni (da arcipelagomilano.org)