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Scuola, in GB maschi e femmine separati: “Apprendono meglio”

LONDRA – Maschi e femmine in classi separate. In Italia può sembrare una scena di altri tempi eppure è quello che in altre nazioni, Inghilterra in primis, è una realtà consolidata e che, stando ai dati, dà i suoi frutti.

“Secondo la classifica britannica dei migliori istituti secondari privati“, scrive Monica Ricci Sargentini su “Il Corriere della Sera”, “quelli omogenei, dove gli studenti sono separati per sesso, rappresentano 9 delle prime 10 scuole, 7 femminili, 2 maschili. Anche nelle pubbliche, 8 dei primi 10 istituti sono mono-genere, 3 femminili e 5 maschili; un risultato eccellente, soprattutto se si pensa che sono soltanto il 2% del sistema statale. Lo stesso accade negli Stati Uniti, dove la scelta di dividere i sessi è una realtà consolidata, anche se minoritaria. Ancora oggi sono molte le donne leader che hanno studiato in un college femminile e ne sponsorizzano la scelta, a cominciare da Hillary Clinton e Nancy Pelosi. Nel mondo le scuole mono-genere, sia statali che non statali, sono più di 210 mila con oltre 40 milioni di alunni”.

Secondo i dati anche l’apprendimento degli alunni è maggiore quando vengono divisi tra maschi e femmine. Si legge sul “Corriere della Sera”:

“I fautori dell’educazione separata sostengono che ragazzi e ragazze hanno stili e ritmi di apprendimento molto distanti tra loro. Di conseguenza, un insegnamento che li tratti come se fossero identici, utilizzando la stessa strategia didattica, va a svantaggio di entrambi. L’idea non è quella di impartire un’educazione diversa nei contenuti ma di potenziare al massimo le capacità individuali, riducendo così gli stereotipi di genere, quelli che, per esempio, vogliono i maschi bravi nelle materie scientifiche e le femmine in quelle umanistiche”.

Certo, l’argomento suscita non poche polemiche. La psichiatra Federica Mormando ha spiegato al Corriere della Sera:

“Dividendo non si fa che aumentare l’incisività di vecchi stereotipi, in pratica si autorizza la maggior violenza dei maschi e si educano le bambine a essere vittime”.

In Italia l’usanza di dividere le classi per genere è stata abbandonata da tempo. Marilina Ceriotti Magliarese, neuropsichiatra infantile, spiega:

“Effettivamente in Italia c’è un forte pregiudizio contro questo tipo di scelta perché, trovandoci in un Paese di cultura cattolica, immediatamente la divisione fra sessi fa pensare che ci sia in chi la fa una sorta di paura a far condividere lo spazio e il tempo tra i maschi e le femmine”.

Eppure anche in Italia vi sono esempi di scuole che dividono le classi in maschi e femmine. Scrive Monica Ricci Sargentini:

Carlo Finulli insegna dal 1984 in una scuola elementare maschile di Milano gestita dal Faes, un’associazione di genitori e insegnanti che si rifà ai principi educativi del fondatore dell’Opus Dei, Josemaría Escrivá. «Le bambine sin da piccole sono più ordinate e possono seguire lezioni più lunghe — spiega al Corriere —. I bambini hanno bisogno di più pause e di molta competitività. I dati dimostrano che nelle classi miste le femmine non danno il massimo perché si adeguano al ritmo dei maschi». Le scuole del Faes sono le uniche a essere mono-genere in Italia: quattordici istituti in sette città, da Milano a Palermo, con circa 3 mila alunni. Il metodo sembra dare buoni frutti: nel 2012, secondo uno studio condotto dalla Fondazione Agnelli, il liceo classico Monforte è risultato il primo a Milano e il 19esimo nella classifica generale della Lombardia”.

E ancora:

“Al Collegio San Carlo di Milano, che ha appena ottenuto, per il quarto anno consecutivo, l’alfierato del lavoro con una delle 25 maturità più brillanti d’Italia, non negano le differenze tra i due sessi ma restano convinti della scelta, fatta nel 1985, di passare alla classi miste: «Sappiamo che le diversità possono creare qualche problema ma alla fine maschi e femmine si aiutano tra di loro — spiega al Corriere il rettore don Aldo Geranzani —. Tutto dipende dalle capacità del docente di fare una didattica il più possibile personalizzata tenendo conto delle inclinazioni di ognuno. L’importante, però, che le classi siano piccole»”

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