Iran, voleva assistere a partita di volley: arrestata. L’appello della famiglia

Iran, voleva assistere a partita di volley: arrestata. L'appello della famiglia
TEHERAN – Arrestata per aver tentato di vedere la partita di pallavolo maschile della World League Italia-Iran, disputatasi il 20 giugno scorso. È accaduto a Teheran, in Iran, dove la giovane Ghoncheh Ghavami, anglo-iraniana, ha sfidato la severa legge di carattere religioso che vieta alle donne di assistere a spettacoli pubblici in maniera promiscua.
La vicenda per noi occidentali può avere dell’incredibile e forse fatichiamo anche a concepirla, tuttavia, secondo quanto denunciato dai genitori, la giovane ragazza si troverebbe in carcere da circa due mesi per aver tentato di assistere alla partita di pallavolo maschile Iran-Italia.
Il 20 giugno scorso, in occasione della partita di volley in programma a Teheran, il palazzetto era gremito di spettatori: 13 mila in tutto. Tutti uomini, perché la legge di carattere religioso in Iran vieta di assistere a spettacoli pubblici in maniera promiscua, non solo il volley, per il quale si era scontrato con la Federazione iraniana contro il divieto alle donne di assistere alle partite anche Julio Velasco, ai tempi in cui ha allenato la nazionale iraniana.
Ghoncheh Ghavami quel giorno si è invece recata al palazzetto con l’intento di vedere la partita insieme ad una dozzina di altre ragazze. C’è chi dice che il loro intento fosse anche quello di protestare contro il divieto alle donne di assistere ai Mondiali di pallavolo a Teheran, e più in generale contro la discriminazione femminile in atto in Iran. Tuttavia, la versione non è stata ancora confermata. La ragazza, però, non riesce ad entrare nel palazzetto e e viene bloccata fuori dal tempio dei campioni d’Asia di pallavolo. Viene arrestata dalla polizia di Teheran e, rilasciata nella stessa giornata, le vengono trattenuti alcuni oggetti personali che la ragazza cerca di recuperare qualche giorno dopo. Non riesce però nel suo intento perché viene arrestata di nuovo e trasferita nel carcere di Evin.
Cecilia Zecchinelli ha analizzato la vicenda e sul Corriere della Sera scrive:
“La notizia è circolata nella Repubblica Islamica, dove arresti come questi sono però frequenti se non quotidiani. Il mondo l’ha invece quasi ignorata, per lo stesso motivo e perché la sua attenzione è rivolta ora al conflitto in Siria e Iraq, in cui Teheran ha per altro un suo ruolo. Fino a ieri: una delle ragazze arrestate, Ghoncheh Ghavami, è anche cittadina britannica e la famiglia, dopo aver mantenuto il silenzio sperando in un suo imminente rilascio, ha deciso di uscire allo scoperto, di far scoppiare il caso.
«Aiutatemi a riportare a casa mia sorella», è l’appello che ha lanciato Amin Ghavami, 28 anni, sui social media e tramite le organizzazioni per i diritti umani, mentre Amnesty International annunciava che Ghoncheh va considerata una prigioniera di coscienza. «Ha 25 anni e studia legge all’Università di Londra, si trovava in Iran da due mesi per insegnare a leggere ai bambini di strada. Pensava che le donne potessero entrare allo stadio per le partite di volley, il Paese aderisce alla Federazione internazionale e sui giornali si diceva per volere del presidente le donne erano ammesse, mia madre e mia padre le avevano dato il permesso. Invece l’hanno arrestata e tenuta in isolamento per 41 giorni durante i quali il suo avvocato non ha potuto incontrarla nè avere accesso al suo dossier. Siamo disperati, e non solo io e i nostri genitori, ma i nonni, gli zii, tutti quanti»”
Ancora, si legge sul Corriere della Sera:
“Ghoncheh, ha raccontato la famiglia, era stata in un primo tempo rilasciata. Ma il 30 giugno agenti in borghese avevano fatto irruzione nel suo appartamento, sequestrato gli abiti e il computer, trascinandola quindi a Evin, il più tristemente noto carcere della capitale dove tantissimi «dissidenti» sono stati detenuti, e tanti giustiziati. Poi il lungo isolamento, i continui interrogatori. Ora la giovane è in cella con altre carcerate e il suo arresto è stato prolungato di 60 giorni. La madre e la zia hanno potuto incontrarla brevemente una volta, ma nessuno ha capito esattamente il reato che le viene imputato. «Propaganda contro lo Stato» è il vago termine usato per giustificare la detenzione”

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