“Cibo biologico? Bufale”: la tesi del chimico Bressanini

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ROMA – Il biologico? Bufale. E pure care. E’ la tesi sostenuta in un libro appena uscito, “Le bugie nel carrello”, di Dario Bressanini, edito da Chiarelettere.

Tra i “miti” che l’autore prova a sfatare ci sono i prodotti da forno (grissini, cracker e simili) al kamut, che non sarebbero migliori di quelli di grano comune, o le patate al selenio, che non migliorerebbero le performance intellettive.

Bresssanini, ricorda il Giornale, che presenta il suo libro,è un chimico, docente universitario e foodblogger. In passato aveva già espresso la propria posizione a favore degli alimenti Ogm.

Adesso si scaglia contro il biologico. Scrive il Giornale:

Un esempio? Il pomodoro Pachino, prodotto Igp dal 2003, non è affatto di Pachino, in Sicilia. Si tratta di due rispettabili varietà ibride introdotte nel 1989 dalla HazeraGenetics, azienda sementiera israeliana: il ciliegino Naomi e il Rita a grappolo, che, tra gli altri meriti, hanno quello di rimanere inalterati per due o tre settimane dopo la raccolta. Certo si tratta di normali ibridi F1, non di Ogm come qualcuno ha denunciato, ma il caso è comunque indicativo del fatto che una supposta tradizione è stata inventata, e da poco.

Del resto, racconta Bressanini, anche la dicitura «Pasta di grano duro Senatore Cappelli» che troviamo su confezioni esclusive di penne spaghetti e paccheri non si riferisce a una qualche antica varietà, ma al frutto del lavoro di un genetista della prima metà del 900: Nazareno Strampelli, che per i suoi incroci venne «sponsorizzato» dal mitologico senatore Cappelli. Tra l’altro Strampelli fu l’inventore del grano Ardito, cioè del cultivar che permise al fascismo di vincere la cosiddetta «battaglia del grano» e riuscì «ad aumentare la produzione italiana di frumento dai 44 milioni di quintali del 1922 agli 80 milioni del 1933, quasi senza ampliare la superficie coltivata». Mentre per molta della pasta oggi prodotta la varietà utilizzata è la Creso, frutto di un esperimento di esposizione alle radiazioni nucleari.

Bressanini fa un discorso simile per le uova. Secondo lui

“tra quelle di tipo 3, che provengono da allevamenti in gabbie tristemente piccole (meno di un foglio A4 la superficie che ogni gallina ha a sua disposizione) e quelle tipo 0 (4 metri quadri a volatile, mangime bio), le differenze nutrizionali sono minime, e comunque «non giustificano il prezzo più alto che i consumatori pagano per le produzioni alternative, che nel 2008 costavano dal 39 al 95 per cento in più rispetto alle uova “normali”». Fatta salva l’empatia per i pennuti convengono le uova comuni, insomma.

 

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