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Change.org, Jen Dulski: è lei il segreto del sito che vuole cambiare il mondo

NEW YORK – Si chiama Change.org e, in soldoni, è la piattaforma web che consente di far sentire la propria voce direttamente da casa per mezzo del caro, vecchio e da sempre usato: “l’unione fa la forza”.

Presente in 196 Paesi nel mondo, con un bacino di 50 milioni di utenti in continua crescita. Fondato nel 2007 nel nostro paese è arrivato con un sito completamente italiano nel 2012. Nel totale conta più di 500 mila petizioni e delle più svariate: dai diritti globali alle attività di lobbying per modificare le costituzioni.

Change.org è stato fondato da Ben Rattray che recentemente è stato inserito dal Time tra i cento personaggi più influenti al mondo. L’unione fa la forza e infatti, adesso, le petizioni di Change.org arrivano alle caselle di posta dei più importanti governi mondiali.

Ma chi c’è dietro Change.org? I segreti di una delle piattaforme online più influenti del pianeta ce li racconta Marta Serafini sul Corriere della Sera. Uno degli assi nella manica di Change.org è Jen Dulski, ex maestra e niente meno che ex manager di Google:

“Questa quarantenne dall’aria apparentemente gentile ma che in realtà ha la fermezza di una leonessa, da poco è diventata Chief operating officer di Change.Org. Più vicina a Naomi Klein e alle studiose  di tecnologia come Parmy Olson che alle femministe da cover patinata come Sandberg e Mayer, Jen va dritta al punto quando spiega:

Google ha reso possibile la diffusione del sapere. Ma non tutto quello che esce dalla Silicon Valley è bene. Occorre dunque riequilibrare lo strapotere delle big companies e riportare un po’ di democrazia sul web”.

Come ha fatto questa ex maestra ad approdare a Change.org?

“Dulski decide di passare a Change dopo la morte di Trayvon Martin, ragazzo di colore ucciso da un poliziotto in Florida solo perché aveva un atteggiamento sospetto. “Mi sono sempre chiesta come si possano accorciare le distanze tra i cittadini e la politica. E ho trovato nella petizione online un mezzo”. L’appello via web è solo un piccolo passaggio del processo di decision making (il processo decisionale). Ma, se si considera che ogni giorno commentiamo le notizie di cronaca sulle nostre bacheche Facebook e Twitter, ci indigniamo e segnaliamo ingiustizie e soprusi, incanalare questo flusso di informazioni non è un’idea poi così stupida. E l’idea è ancora più intelligente se frutta denaro. Change funziona grazie a un sistema di donazioni spontanee. Il meccanismo è semplice: chiunque può registrarsi al sito e avviare, gratis, una petizione riguardo un determinato tema. In cambio può lasciare da un euro/dollaro in su”

Tutta questione di solidarietà e aspirazione ad un mondo migliore, dunque? Non proprio. Secondo le malelingue infatti sembra che i ricavi di Change.org non siano proprio irrilevanti:

“Wired addirittura li ha paragonati a quelli di Google. Un’esagerazione. Ma di sicuro questo servizio all’apparenza no profit in realtà mira a fare profitti. Le Onlus e le associazioni che vogliano promuovere le loro campagne possono farlo a pagamento sulla piattaforma. Inoltre da gennaio verrà lanciata la possibilità per i decision maker (che siano politici o meno) di aprire degli account e di ricevere direttamente segnalazioni e petizioni.  Un servizio, insomma. O un Amazon della carità come mormorano i detrattori”

Nel 2012 Change è approdato anche in Italia conquistando il pubblico italiano. Gli utenti nel nostro Paese sono quasi 2 milioni:

“Non a caso a Roma si è formato un team di quattro persone, tutte provenienti dal mondo del no profit, capitanate da Salvatore Barbera, ex campaign manager di Greenpeace. Tante, oltre seimila, le petizioni che sono rimbalzate sugli schermi del nostro paese. Dalla cittadinanza italiana per Cristian, discriminato in quanto affetto da sindrome di Down, lanciata dalla madre Gloria Ramos (la sua storia è stata raccontata per la prima volta da Alessandra Coppola  sui blog del Corriere della Sera I nuovi italiani e la Città Nuova ). Ma anche l’appello di Gabriele Muccino per limitare l’ingresso delle grandi navi nella laguna di Venezia o la petizione per sostenere la nomina del Maestro Claudio Abbado Senatore a vita, promossa da Ilaria Borletti Buitoni, sottosegretario al Ministero dei Beni Culturali. Tutte iniziative che sono andate a buon fine e che hanno contribuito ad accrescere il successo di questa forma di marketing sociale. E che  – come spiega Barbera – “hanno il merito di nascere dal basso e di scalfire il corporativismo italiano”

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