Alzheimer, antibiotici in grado di rallentare la malattia

Pubblicato il 22 luglio 2016 17.00 | Ultimo aggiornamento: 21 luglio 2016 21.50

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Alzheimer, antibiotici in grado di rallentare la malattia

C HICAGO – Gli antibiotici sono in grado di rallentare la progressione del morbo di Alzheimer: è la scoperta fatta da uno studio dell’Università di Chicago. Una scoperta che sottolinea il legame tra i batteri intestinali e il nostro cervello.

Lo studio, spiega Nicla Panciera su La Stampa, mostra che un trattamento con antibiotici ad ampio spettro determina nei topi una riduzione dell’accumulo della beta-amiloide, la proteina neurotossica che forma le placche tipiche dell’Alzheimer.

Gli esperti hanno anche notato che attorno a queste placche si verificava una ridotta risposta antiinfiammatoria delle cellule immunitarie che pattugliano il cervello alla ricerca di oggetti da rimuovere.

Come spiega Panciera su La Stampa,

 

Dallo studio del Medical Center dell’Università di Chicago è emerso anche che la somministrazione per 5 – 6 settimane di alte dosi di un cocktail di antibiotici ad ampio spettro determina negli animali una mutazione del microbiota, quei miliardi di batteri che abitano nell’intestino. In altre parole, la popolazione di batteri intestinali, pur mantenendo lo stesso volume, era comunque di tipo diverso rispetto a quelli che popolava l’intestino prima del trattamento. Inoltre, questi animali avevano una minor attivazione delle microglia nel cervello e un decremento nell’accumulo di amiloide in placche di quasi del doppio rispetto ai controlli. Ciò suggerisce che la composizione di questa eterogena popolazione gastro-intestinale esercita un’importante influenza sul sistema immunitario, in questo caso con l’effetto di rallentare la progressione della malattia di Alzheimer.

Gli autori non intendono sostenere che massicce somministrazioni di antibiotici possano diventare una soluzione per gli esseri umani ma, come ha affermato il responsabile dello studio, Myles Minter del dipartimento di neurobiologia dell’Università di Chicago, «questo studio ci consente di procedere con ulteriori indagini, ora che abbiamo chiaramente visto che la popolazione microbica intestinale cambia e che devono esserci ceppi batterici in qualche modo legati all’alterata deposizione di amiloide osservata dopo il trattamento antibiotico».