Scostumista: Paris Fashion Week, cosa c’è da sapere FOTO

Pubblicato il 10 marzo 2016 10.59 | Ultimo aggiornamento: 10 marzo 2016 10.59

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P ARIGI – Scostumista: Paris Fashion Week, cosa c’è da sapere FOTO. Le sfilate di Parigi hanno destabilizzato alcune mie certezze, ma anche regalato belle sorprese e qualche delusione. Una certezza assoluta: Valentino mi emoziona ad ogni sfilata. Una collezione quella per il prossimo inverno, ispirata alla danza. Non hanno sfilato body e tutù, ma abiti leggiadri e sottili, ricamati e luccicanti, delicati e trasparenti, ingabbiati in rigorosi cappotti, prevalenza del cipria effetto “nude”, capelli raccolti alla nuca e trucco impercettibile, le modelle calcano doghe di legno shabby come cigni alteri ed eterei.

Sono cigni stampati invece quelli che ondeggiano sugli abiti di Stella McCartney, lunghe tuniche o camicie con ruches indossate su pantaloni ampi, ma anche sottane in seta e pizzo che scivolano sul corpo, la donna di Stella è moderna con qualche richiamo retrò.
Altra certezza è l’estetica delabré di Slimane per Saint Laurent. Attillatissime, scollatissime, truccatissime, mini dress metallici one-shoulder o scolli V-neck con spalline ampissime, vita strizzata da alte cinture dorate, collant neri velati, e alti tacchi stiletto, è decisamente anni ’80 l’eroina glamour di Heidi Slimane che continua ad andare avanti per la sua strada fatta di riferimenti questa volta più glam che rock.
Anche Veronique Leroy strizza l’occhio agli anni ’80 e strizza la vita delle modelle in larghe cinture dorate, ma i suoi sono gli Eighties meno patinati, quelli più kitsch trasportati poi in un vintage d’essai.
La cintura alta dorata in vita è il fil rouge, in questo caso “fil or” che lega queste collezioni a quella di Balenciaga, intendiamoci c’è solo un elemento che le accomuna, perché quella di Olivier Rousteing è una collezione eccessiva, massimalista, iperbolica, estrema; altra certezza: “it’s not my cup of tea”.

A rassicurarmi c’è sempre la sfilata di Chanel e quella per l’autunno-inverno 2016-17 è una collezione “very Coco”: Karl Lagerfeld rivisita in chiave moderna i classici tailleur in tweed che si alternano ad abiti in pizzo chantilly con intarsi in pelle nera indossati su pesanti calze in lycra, maxi perle al collo e scarpe o boots rigorosamente flat.
Mix and match riuscitissimo quello di Riccardo Tisci per Givenchy che alterna bomber a marsine militari, riferimenti alla cultura egiziana mescolati a pellicce e pitoni, da questa unione di elementi nasce uno stile sensuale poco scontato.
Delusioni a cui sono andata incontro preparata le ho avute dalle due sfilate orfane dei rispettivi direttori creativi: ovvero si è sentita tragicamente la mancanza di Alber Elbaz da Lanvin e di Raf Simons da Dior, i due brands affidati a team di creativi interni che hanno agito in maniera opposta, Lanvin resettando da zero e andando avanti per una strada nuova e Dior ripescando negli archivi della maison, mi hanno trasmesso una sensazione di incertezza che mal si colloca in questa atmosfera di dubbi e sorprese.
Altri due marchi storici come Rochas e Vionnet sono invece ben guidati da abili direttori creativi. Alessandro Dell’Acqua per Rochas mixa colori acidi a stampe floreali tenui, tutti gli outfits indossati con calzini colorati a contrasto su alte mary-jane con plateau, una collezione fresca e leggera. Chalayan conferma perfettamente lo stile fatto di drappi e sbiechi della maison Vionnet, aggiungendo un daywear particolarmente impegnativo. Mentre Nicolas Ghesquière alla guida di Louis Vuitton mi convince meno, quest’ultima sfilata è un mix di elementi deboli che la privano di una identità decisa.

Identità forte che invece Giambattista Valli riesce a trasmettere a Moncler Gamme Rouge con le sue delicate principesse delle nevi che incedono eteree su alti sabot, con salopette d’ispirazione sudtirol e maglioni tempestati da fiocchi di neve rossi.
Grande attesa per la sfilata di Balenciaga con il nuovo direttore creativo Demna Gvasalia, fondatore del marchio super-cool Vetements. Gvasalia riesce a trovare un equilibrio tra il suo stile ultra moderno e la couture del brand.
Le sorprese più interessanti sono state quelle che mi hanno regalato le sfilate di Veronique Branquinho, Hussein Chalayan, Rick Owens, Mugler e Ann Demeulmeester.

Veronique Branquinho si ispira all’arte fiamminga della sua terra d’origine e fa sfilare modelle con lunghe tuniche nere con cappuccio e gorgiere bianche, interrompe poi questa atmosfera dark con outfits color kaki e verde oliva che danno alla collezione una chiave più moderna per poi arrivare ad un compromesso tra lo stile teatrale e quello moderno con le ultime uscite bianche e nere. Questa di Chalayan è forse la sua collezione più facile da indossare, più rigorosa ed essenziale con forme morbide e avvolgenti, belli i doppi tagli orizzontali in vita delle gonne e dei pantaloni. Rick Owens drappeggia e fa ondulare il tessuto sui corpi, la stoffa sembra lanciata e adagiata in modo casuale come fosse un elemento della natura che sboccia e cresce in modo autonomo. La pelle è la protagonista della collezione di Mugler, le linee sono aderenti, affusolate, asimmetriche, fluide e svasate. Sébastien Meunierper per Ann Demeulmeester disegna linee dritte e asciutte, total black con assaggi di bianco e metal per ragazze belle e tenebrose.

Discorso a parte meritano i giapponesi: gli origami di tessuto di Junya Watanabe, le sculture di plissé kaleidoscopiche di Issey Miyake, lo stile unisex di Yamamoto, quello eccentrico di Jun Takahashi per Undercover e quello praticamente da “guardare ma non indossare” di Comme de garçonne.

Il dubbio è una condizione mentale per la quale si cessa di credere ad una certezza. “L’unica certezza che resta è che, dubitando, l’uomo è sicuro di esistere”, sosteneva Cartesio. La moda si evolve e si trasforma e non garantisce certezze; alla luce di queste ultime sfilate possiamo dunque asserire che la moda è più viva che mai.

di Annapaola Brancia D’Apricena

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