Starbucks apre in Italia: pro e contro

Pubblicato il 1 marzo 2016 13.43 | Ultimo aggiornamento: 2 marzo 2016 14.23

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Starbucks apre in Italia: pro e contro

M ILANO – Starbucks apre in Italia: pro e contro. Apre, anzi no. Anzì sì, alla fine apre davvero. Starbucks approda in Italia: dopo anni e anni di notizie date per certe e poi smentite, questa volta è vero, la catena di caffè e cappuccini più discussa, amata, apprezzata e odiata del mondo approda in Italia. Anzi, a Milano, città che forse tra tutte è quella che più si presta ad accogliere i tanto-alla-moda cappuccini di Starbucks. La notizia fa notizia perché fino ad ora la catena americana “di ispirazione italiana” non è stata vista di buon occhio qui in Penisola, dove la cultura prevede il caffè ristretto al bancone e via, e dove un cappuccino costa di media 1 euro a fronte dei 4 euro e rotti di uno di Starbucks. “Siamo pazzi?” gridano i più. Tant’è, alla fine la sfida americana è servita: Starbucks arriva a Milano in pieno centro ad inizio 2017, pronta ad accogliere le migliaia di lavoratori, turisti e studenti della città meneghina. Ma siamo pur sempre in Italia, quindi cerchiamo di analizzare i pro e i contro di questa così tanto discussa apertura. Funzionerà? Non funzionerà? Chiuderà subito oppure diventerà un fenomeno radicato anche in altre città italiane?

Innanzitutto, sfatiamo un mito: in Italia già esiste una catena identica a Starbucks: si chiama Arnold Coffee ed è liberamente ispirata alla catena americana. Si trova a Milano e a Firenze e chiunque abbia girato un po’ queste due città del nord sa bene che “filosofia di vita”, qualità e modalità di caffè e assunzione è molto, molto simile a quella di Starbucks. Funziona? Sembra proprio di sì. I negozi sono aperti ormai da qualche anno e non chiudono, anzi. Inoltre, sono spesso sempre pieni. Quindi, perché Starbucks non dovrebbe funzionare? Ebbene, vediamo, nell’ordine:

  • Orde di commercianti terrorizzati dallo spauracchio Starbucks: “Il caffè è imbevibile, una miscela acquosa che costerà il triplo del caffè normale che, per reggere il confronto, dovrà essere aumentato di prezzo o abbassato a dismisura. Le lobbies americane ammazzeranno la più florida economia del Paese”.
  • “E il cibo italiano? E la qualità? Caffè, cappuccini, torte, toast e compagnia bella sono delle mere imitazioni di quello che abbiamo già in Italia. Nulla di artigianale, tutta roba chimica e precotta”.
  • “E il rito della tazzina di caffè al bancone?” La mitica “tazzulella” che richiede tempo tecnico incredibile: veloce ma non troppo, rituale intramontabile che solo noi italiani conosciamo. Per non parlare della porcellana: “Ma come fai a bere un caffè in un bicchiere di cartone?”.

Queste, in sintesi, sono le motivazioni che, più di tutte, girano tra i detrattori degli Starbucks. Ma non tutti sono contro. Per quanto ci riguarda, da Starbucks potete e dovete andarci se:

  • Non ve ne importa proprio nulla della brutta e cattiva globalizzazione americana, di cui il Mc D0nald’s ne porta la bandiera.
  • Siete disposti a fare a gara per beccarvi il divanetto con la presa di corrente vicino, così potete ricaricare lo Smartphone mentre navigate con il wifii gratuito del locale.
  • Siete consapevoli di trovarvi orde di finti hipster neo-yuppies milanesi con i suddetti Smartphone in mano pronti ad “Instagrammarsi” con il mitico carto-bicchierone di Starbucks in mano, che “finalmente, era ora, lo aspetto da quando ero ragazzino” (praticamente dall’altro ieri).
  • Amate i sapori americani: finti, chimici, pesanti, stucchevoli ma che recano indissolubilmente una dipendenza.
  • Avete 4 euro da spendere a caffè a botta.

Insomma, ci andremo o no da Starbucks? Solo il tempo ce lo dirà. Ricordiamoci, però, una cosa importante: andare una volta ogni tanto lì, non vi impedirà di non apprezzare più il baretto sotto casa. Perché Starbucks e “Bar da Mario” sono due prodotti diversi, vendono due caffè diversi, con prezzi diversi e stili diversi. E noi italiani, ex popolo di santi, navigatori, artisti ed eroi… sapremo certo scegliere. Dopotutto, i ristoranti non hanno certo chiuso dopo l’avvento del Mc Donald’s, e l’italiano medio, per una cena, preferisce ancora di gran lunga una bella amatriciana all’Osteria da Gigetto