Caccia dei talebani alle donne moderne: chi lavora rischia la vita

Pubblicato il 15 ottobre 2015 17.01 | Ultimo aggiornamento: 20 ottobre 2015 12.13

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di Silvia Di Pasquale
 

R OMA – Caccia dei talebani alle donne moderne: a Kunduz, città dell’Afghanistan settentrionale, chi cerca di emanciparsi rischia la vita. Non basta indossare il velo per essere autorizzate ad avere un impiego: è il concetto stesso di “donna lavoratrice” che viene ripudiato dai fondamentalisti islamici. Sono bastate poche settimane di occupazione da parte di questi ultimi per mettere in crisi quanto costruito dalle donne di Kunduz negli ultimi anni.

In questa zona i talebani non hanno mai avuto una forte influenza, ma quando lo scorso 28 settembre hanno temporaneamente conquistato la città, non si sono risparmiati una caccia alle donne che godevano di un’immagine pubblica, quelle più istruite, che hanno creato associazioni in difesa dei loro diritti. A questa categoria di lavoratrici, i talebani riservano l’appellativo di “puttane immorali“; un pericoloso ostacolo per la conquista culturale di una zona strategica, perché vicina al confine, salita alle cronache lo scorso 3 ottobre dopo il bombardamento dell’ospedale di Medici Senza Frontiere presente in città, che ha causato la morte di 22 persone tra medici e pazienti.

Secondo quanto riportato da Alissa J.Rubin sul New York Times:

“Dopo che i talebani hanno completato la loro campagna bruciando e saccheggiando le organizzazioni delle donne, sono continuati i loro attacchi verbalmente, con messaggi e chiamate telefoniche, minacciando le donne e i loro parenti, mettendo in chiaro che sarebbero rimaste nel mirino. Come riferito da sei donne che hanno ricevuto avvertimenti dopo la fuga da Kunduz, il messaggio dei talebani è stato che questa volta loro sono fuggiti (i talebani), ma la prossima volta non saranno così fortunate”.

Tanto è bastato a terrorizzare le donne impegnate in cause umanitarie, che in quei tre giorni si sono viste i loro uffici, computer e televisori distrutti. I talebani hanno lasciato loro il seguente messaggio: “Provate a tornare e sarete uccise“. Tra quelle che hanno recepito questo messaggio c’è la dottoressa Hassina Sarwari, direttrice dell’organizzazione “Women for Afghan Women”, che gestiva un rifugio per donne maltrattate, un centro di orientamento familiare e un centro per i figli delle detenute del carcere di Kunduz.

Anche Fawzia Bostani, unico ingegnere civile donna che lavorava a Kunduz, ha deciso di fuggire dopo l’arrivo dei talebani. Sapeva che questi, una volta conquistata la città, l’avrebbero perseguitata, visto che per anni è stata minacciata da loro. E così è stato. I talebani si sono recati a casa sua mostrando al fratello una foto che ritraeva la donna mentre si recava al lavoro. Fawzia non ha avuto molte alternative: ha abbandonato la sua città e probabilmente non vi farà più ritorno.

Il danno psicologico subito dalle donne è tale che la paura supera la voglia di tornare a fare quello che facevano. Da questo punto di vista, i talebani hanno già vinto. Sebbene la loro ultima occupazione sia stata breve, gli effetti continueranno a perpetuarsi per mesi, se non anni. Pagare con la vita la propria libertà non è un gesto scontato e spesso la strada più semplice da perseguire è il compromesso. Quante decidono di restare, sono costrette a non oltrepassare il confine imposto da chi si oppone fermamente all’emancipazione femminile.