Pasqua. Giuda, uno di noi: nel libro di Lanza del Vasto il mistero del traditore

Giuda, uno di noi: il mistero del traditore nel libro di Lanza del Vasto

ROMA – Per Papa Francesco, Giuda Iscariota non era il peggiore dei dodici apostoli. Lo ha detto lo scorso autunno nell’omelia di Santa Marta, lo ha ribadito questa Domenica delle Palme ricordando come Giuda fosse noto per i suoi furti dalla cassa comune ma Gesù, che lo aveva fatto suo tesoriere, non gli disse mai “Tu sei un ladro”.

Passato alla storia come il traditore per antonomasia, per i cristiani così come per i laici, colui che vendette Gesù per trenta denari e che poi si suicidò perseguitato dalla colpa, “non era il più peccatore”, secondo Bergoglio. Ma anzi, “l’emblema dell’infinita pazienza che Dio ha per l’uomo”. Come lui, tutti i dodici apostoli si defilarono nelle ore drammatiche della Passione. Persino Pietro, quello al quale il Maestro aveva affidato le chiavi della Chiesa, lo rinnegò tre volte. E Giuda, “poveretto…è quello che si è chiuso all’amore e per questo diventò traditore”.

Nessun revisionismo, solo profonda comprensione del dramma della piccolezza umana dinanzi alla grandezza dell’assoluto. In termini biblici Giuda fu strumento della volontà divina: è grazie a lui che il disegno di Dio si potè compiere e il Figlio fu sacrificato.

La sua storia, così come emerge dai Vangeli, presenta enigmi e lati oscuri che ne fanno un personaggio problematico e complesso e una delle figure centrali della Settimana Santa, non a caso tra le più osservate dalla letteratura. Anna Maria Roda, storica dell’arte ed esperta di catechesi, in un articolo apparso sul sito Cattolica.it, ne indaga il mistero attraverso quello che definisce come “il racconto più completo e più suggestivo scritto sul traditore”. Si tratta di Giuda di Lanza del Vasto (1901-1981) nobile siciliano, esponente del movimento pacifista e attivista nonviolento contro la guerra d’Algeria.

Nel suo libro, pubblicato nel 1938, Lanza del Vasto, sonda il mistero infinito dell’animo umano e dei suoi abissi, arrivando a sostenere che “Giuda è uno di noi”. Scrive Anna Maria Roda, che l’opera di Lanza esplorando le molteplici sfaccettature psicologiche di Giuda, ce lo mostra in tutta la sua deprecabile umanità:

“come un parassita, invidioso della grazia altrui, opportunista negli amori, dedito sia alla virtù, usata come strumento per farsi notare, sia a tutti i più abbietti vizi (dalla pedofilia all’idolatria)”.

Salvo poi interpretarne il tradimento come scoperta liberatoria che gli altri discepoli non osavano congetturare. In questo passo è Giuda che dice di Gesù:

“lo irrita che io abbia saputo liberarmi dal suo giogo. È geloso pure perché posso frequentare persone altolocate le quali apprezzano in me le virtù che egli ha sempre finto di ignorare per invidia…”

La Pasqua vuol dire passione (dal greco pathein, patire) ma anche passaggio (dall’ebraico pesach, passare oltre) e in questo senso Giuda si è reso strumento del passaggio da vita a morte di Gesù e del passaggio a vita nuova per i cristiani, liberati dal peccato. Giuda pecca affinché si compia l’immolazione mistica dell’Agnello di Dio e non a caso nell’orto degli Ulivi rivive le stesse paturnie cui andrà incontro il Cristo dopo il suo fatidico bacio: gronda sangue e sudore, cade per tre volte, si sente pecora condotta al macello.

Il racconto di Lanza del momento in cui Pilato presenta Cristo alla folla dopo la flagellazione sembra quasi una tragedia shakespeariana, come il Macbeth che si pente dopo il regicidio così Giuda va incontro alla disperazione e al rimorso dopo aver consegnato Gesù ai Farisei, sebbene a muoverlo non sia la sete di potere del primo e la sua fine sarà ben più misera.

“L’avevano travestito da re, con corona di spine in testa e scettro di canna in mano. Il sangue girava le occhiaie e colava sulle guance. La bocca s’apriva appena sull’anelito, gli occhi in tutta la folla guardavano Giuda, lui solo: lo guardavano con pietà. Una mano d’angoscia scendeva nel petto di Giuda, un sospiro gli si formò dentro: ‘O Maestro, o Signore, o Amico’. Ma la voce non uscì. Venivano meno le gambe, ma non potette cadere. La folla mugolando e fischiando lo strinse quasi in un pugno, lo sollevò, lo sventolò come un’insegna. La pietà di Gesù non lo lasciava. Sulla guancia di Gesù, dove lo aveva baciato, colava uno sputo….Lo sguardo di Giuda è infisso alla croce. La sua disperazione si nutrisce del supplizio. ‘O amico un velo si è strappato e ti vedo. Vedo con orrore che ti amo’„

A quel punto i morsi del dolore sono troppo forti e la disperazione incontenibile, che a Giuda non resta altro che impiccarsi:

“Finire, bisogna finire. Trovò la corda che gli pendeva al collo, la legò al fico maledetto… ‘E se dall’altra parte, dovessi incontrare lui?’ Ma si riprese, fece: no, colla testa, disse con forza: ‘Credo in te, solo in te, nero e tondo nulla!’„

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