Lei è malata di cancro: l’amico disegnatore organizza raccolta fondi

Lei è malata di cancro: l'amico disegnatore organizza raccolta fondi

ROMA – Fabio Celoni è un disegnatore e sceneggiatore di fumetti. Sul blog “BuonaCausa” che permette a tutti di aprire una pagina di raccolta fondi che ha lo scopo di poter farsi aiutare per una giusta causa o un progetto, Celoni ha lanciato una raccolta fondi per una sua amica che a 39 anni sta lottando contro un tumore.

“Sono un disegnatore e uno sceneggiatore di fumetti. Collaboro principalmente con Disney e Bonelli, realizzando storie di Topolino, Paperino, Zio Paperone, Paperinik, PK, Dylan Dog, Dampyr, Brad Barron. Ho deciso di aprire questa raccolta fondi per aiutare la mia amica Giovanna Ferraro, gravemente malata, e suo figlio Mikhael, di 9 anni. Ringrazio di cuore tutti coloro che vorranno dar loro un aiuto, per piccolo che sia”.

Dopo la presentazione, Celoni chiede ai lettori di dedicargli tre minuti per raccontare questa storia che racconta le vicende drammatiche di una donna malata di cancro che è rimasta sola con un figlio dop oche il marito se n’ è andato di casa.

“Voglio raccontarvi una storia. E’ quello che faccio nella vita, da quando ho imparato a leggere e scrivere, e forse anche da prima. Ho la fortuna di poter fare da adulto ciò che desideravo fare da bambino. Sono un autore di fumetti, e il mio mestiere è raccontare e disegnare storie, nella speranza di far sognare, divertire, commuovere o spaventare chi le legge. E anche quando parlano di paperi miliardari con la tuba, di topi investigatori, di mostri o di galeoni volanti sono storie vede, sincere, perché nascono da una passione autentica, viva”.

“Eppure chi racconta storie sa bene che la realtà può essere ben più incredibile di ciò che possiamo inventarci. Ogni volta è straniante constatarlo, forse è proprio perché siamo troppo abituati alla finzione narrativa, alla ricerca di battute perfette, ai tempi giusti, al lieto fine. La vita invece è un caos in cui ombre e luci si mescolano costantemente, e dunque non c’è descrizione possibile che possa contenerla”.

“Parliamo di vita, dunque. Non è disegnata su carta, stavolta, ma nella carne viva e nel cuore di una persona. Ho conosciuto Giovanna da poco, circa un anno fa. Mi ha raccontato la sua storia, così come io adesso la racconto a voi”.

“Quando l’ho vista per la prima volta aveva 38 anni ed era una ragazza splendida, dai capelli scuri, un bellissimo sorriso, un marito e un figlio di 8 anni che amava, ricambiata. Aveva appena scoperto di avere anche un tumore, di quelli cattivi e molto pericolosi. Cancro alle ovaie con metastasi al peritoneo. Uno di quelli per i quali i dottori scuotono la testa, raccontando di percentuali e basse probabilità. Quelli in cui tu poi stringi la mano al medico che te l’ha detto, esci dal suo studio incrociando gli sguardi dei pazienti che attendono di fuori il loro turno e torni a casa, sedendoti sul divano nell’attesa che faccia notte”.

“Non sapevo ancora quanta forza possedesse quella ragazza. Il bello è che non lo sapeva nemmeno lei.”

“Di lì a poco le hanno detto che avrebbe dovuto subire l’asportazione di utero e ovaie, per avere qualche piccola speranza di sopravvivere. Quella speranza che non aveva avuto sua madre, morta dello stesso male quando lei era bambina, e da suo padre, morto di un altro tumore pochi anni dopo. Non avrebbe mai più potuto avere altri figli, ma il suo piccolo era con lei, e questo le ha dato la forza di affrontare l’operazione e di andare avanti”.

“Non è un colosso, Giovanna. E’ una ragazza minuta ed esile. Che ha continuato a sorridere e ad avere parole d’amore anche dopo quel momento.

“Ma la malattia non le ha concesso tregua, e lei ha dovuto combattere ogni giorno una battaglia che le era sempre più difficile sostenere, diventando sempre più minuta ed esile. I suoi splendidi capelli neri se ne sono andati all’arrivo delle prime terapie, ma si è comprata una bella parrucca. Non esistono negozi di sorrisi, che io sappia, ma lei in ogni caso non ne avrebbe avuto bisogno. Le è rimasto il suo, dolce e pieno d’amore per la vita.”

“Anche quando ha dovuto sospendere le terapie perché era troppo debole per sostenerle, e ha dovuto iniziarne di alternative. Non sapeva ancora che il cancro può essere una malattia che va molto al di là del colpirti nel fisico, e può smantellare tutto quello che c’è, o credi ci sia, dentro e fuori di te”.

Suo marito se n’è andato di casa, lasciandola da sola con il loro bambino, senza un lavoro e senza la possibilità fisica di sostenerlo. E un giorno si è vista arrivare a casa la lettera di un avvocato con dentro la richiesta di separazione, senza che lui l’avesse avvisata della cosa”.

“Giovanna non aveva i soldi per pagarsi un avvocato e ha dovuto chiedere aiuto a quello dei servizi sociali”.

“E’ arrivato il primo freddo e il suo fisico debilitato non ha retto. Dopo che una febbre molto alta le durava da giorni, ha chiamato un medico a casa che le ha ordinato un ricovero immediato. L’hanno portata in ospedale, la sera, da sola, e le hanno diagnosticato un focolaio di polmonite. Il giorno dopo, tossiva così forte che le si sono spezzate due costole”.

“L’hanno rimandata a casa dopo qualche giorno, ancora non guarita, con un’altra bendatura sul torace”.

“Mentre stava pagando la spesa per lei e il figlio in un supermercato, la cassiera le ha detto che il suo bancomat non era abilitato ai pagamenti. Senza capire, ha dovuto subire l’umiliazione di lasciare lì la spesa e andarsene. Si è recata in banca, dove le hanno detto che sul suo conto corrente erano rimasti solo 3 euro. Il marito le aveva sospeso ogni pagamento, inclusi gli alimenti per il bambino e il pagamento dell’affitto. Quella sera Giovanna non aveva nemmeno i soldi per mangiare”.

“E’ andata alla Caritas, che ora le sta dando una mano”.

“In quest’anno non le ho mai sentito dire una parola di odio, di disprezzo, di rabbia. Ma solo d’amore e di comprensione, anche quando non sembrava esserci nulla da comprendere e da amare. Non è un colosso, Giovanna, ma questa cosa, da sola, fa di lei un gigante ai miei occhi. Un gigante racchiuso in un guscio di noce.”

“Chi tenta di costruire e ricostruire, quando tutto intorno crolla e le braccia non ti sostengono più, contribuisce a dare vita a tutto il mondo. Non c’è più distanza né grado di separazione. Chi ora legge e stringe la mano a Giovanna si accorgerà che lui stesso ne viene sorretto di conseguenza. Le sue sono parole di speranza nata dal desiderio che suo figlio possa crescere nel migliore dei modi, senza altro dolore, sapendo quanto lei l’ha amato e quanto ha combattuto e sofferto per lui”.

“Giovanna rischia di perdere la vita, la casa e il figlio, se non si dimostrerà in grado di mantenerlo”.

“Non chiede la carità ma desidera potersi mantenere da sola, ricostruendosi un lavoro che possa permettere a lei e al suo bambino di vivere dignitosamente. Ora non può più sostenere la fatica di un lavoro fisicamente impegnativo, ma il suo obiettivo è trovare la sua indipendenza economica, anche minima, lavorando per quanto può fare ora, senza l’incubo di non avere i soldi per pagarsi le medicine”.

“Per farlo le serve un aiuto”.

“Un immediato aiuto economico che la sostenga in questi mesi difficili e che la possa aiutare a pagarsi innanzitutto le cure mediche, che non può sostenere da sola”.

“Ogni piccolo aiuto sarà una mano tesa per lei, che come una bambina sta imparando di nuovo a camminare con le sue gambe. Ogni piccola donazione un passo in più, che la porterà un po’ più lontano dalle sabbie mobili in cui si trova, fino al supporto di una strada di terra battuta, su cui poter finalmente proseguire da sola”.

“Giovanna ora ha 39 anni ed è ancora una splendida ragazza, un po’ più magra, dai capelli scuri, con lo sguardo pieno d’amore, un bellissimo sorriso e un bambino di 9 anni che ama più della sua vita”.

“La differenza tra una storia letta e una vissuta è che di quest’ultima possiamo contribuire a modificare la trama: magari non la conclusione, né la durata, ma la direzione percorsa, il senso di quei passi”.

“Ciò che succederà durante il percorso, e che da quei passi nascerà. Accorgendosi che quella strada non è stata nient’altro che la nostra”.

“Sempre, sempre e per sempre”.

 

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