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Tumore colon-retto il più diffuso. Ma lo screening arriva tardi

ROMA – Cancro al colon-retto, è il tumore più diffuso in Italia, con 52mila casi registrati nel 2016. Ma la diagnosi arriva spesso quando è troppo tardi. Perché solo un cittadino su due si sottopone all’esame delle feci per verificare se ci sia sangue occulto quando è ancora in tempo. Eppure questo semplice test sarebbe in grado di ridurre del 20 per cento la mortalità di quello che è uno dei tumori più letali, con solo un paziente su dieci vivo cinque anni dopo la diagnosi.

Tra le donne il tumore al colon-retto è al secondo posto per diffusione dopo quello al seno, tra gli uomini al terzo posto dopo quello alla prostata e quello al polmone. Ma solo il 47 per cento degli italiani tra i 50 e i 69 anni, sottolinea Irma D’Aria su Repubblica, ha eseguito l’esame delle feci tra il 2011 e il 2012.

Per questo, ribadisce Carmine Pinto, presidente nazionale Aiom (Associazione italiana di oncologia medica)

“È necessario migliorare la consapevolezza degli italiani sull’importanza degli screening. Infatti, i sintomi possono essere confusi con quelli di altre patologie e spesso, quando viene individuato, il tumore si è già diffuso“.

La possibilità di individuare precocemente lesioni pre-cancerose oltre a ridurre la mortalità permette di asportare il tumore per via endoscopica, evitando interventi chirurgici più importanti.

Inizialmente il tumore al colon-retto avrebbe di per sé una prognosi favorevole, spiega sempre D’Aria su Repubblica:

la sopravvivenza a 5 anni in Italia è pari al 60,8% per il colon e al 58,3% per il retto, ma quando il tumore attacca sia il colon che il retto la sopravvivenza a 5 anni cala drasticamente all’11%. Si tratta, comunque, di un dato più alto rispetto alla media europea. “Anche il confronto con i Paese del Nord Europa, che fanno di solito registrare i valori più elevati, evidenzia l’ottimo livello del nostro sistema assistenziale” ha sottolineato Alberto Zaniboni, Responsabile Oncologia Medica alla Fondazione Poliambulanza di Brescia.

Ad oggi i trattamenti per la fase avanzata si basano sull’integrazione di farmaci chemioterapici con le terapie biologiche e in alcuni casi con la chirurgia.

Il costo sociale annuo per tutti i pazienti italiani è, secondo le stime del Censis riportate da Repubblica, pari a 5,7 miliardi di euro (compresi i mancati redditi e i costi di assistenza).

Tra i fattori di rischio ci sono stili di vita sbagliati, con un consumo elevato di carni rosse, insaccati, farine e zuccheri raffinati, sovrappeso e scarsa attività fisica, fumo ed eccesso di alcol. Ma in un caso su tre conta anche la storia familiare e la presenza di patologie come il morbo di Crohn e la rettocolite ulcerosa, la poliposi adenomatosa familiare (Fap), la sindrome di Lynch.

Mari

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