ROMA – Troi Lee, londinese di 35 anni, praticamente sordo, fa il deejay. Insieme ad alcuni amici organizza i Deaf Rave, party pensati per tutti, ma soprattutto per quella che lui chiama con orgoglio di appartenenza “la mia gente”. Rave per sordi che fa ballare tramite le vibrazioni di serate travolgenti che stanno conquistando il mondo e già due volte sono arrivate al Festival di Glastonbury. La vita di Troi ha sempre avuto un sottofondo musicale. “Sono cresciuto guardando i miei cugini dj e mio fratello gemello batterista: ho pensato che avrei potuto giocare coi dischi anch’io”, racconta.
Una sera, dieci anni fa, prova quasi per scherzo a organizzare una festa per gente che non poteva sentire le note in modo tradizionale. Un appartamento di quattro stanze in cui trema tutto l’entusiasmo dei 150 ragazzi presenti. Praticamente un dondolo per tutta la notte, a volumi da lite condominiale. Uscendo vogliono sapere quando sarà la prima replica. E la replica non tarda a venire. Al primo Deaf Rave si presentano 700 persone da tutto il Regno Unito, Stati Uniti, Giappone, Australia.
“Ci invitano a suonare all’estero ed è il miglior modo per diffondere le nostre vibrazioni”. Tre volte è passato dall’Italia: Milano, Torino e Sicilia ed è sempre stato un successo. Un pubblico tra i 18 e i 50 anni. “Ma è capitato ci fosse anche un settantenne che ballando scatenato insegnava ai ragazzi cosa significa essere stato giovane negli anni 60”.
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