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Metamorfosi, all’Accademia d’Ungheria fino al 31 marzo

(di Manuela Lantermino)

L’Accademia d’Ungheria in Roma, anche durante la pandemia ha continuato a produrre cultura.
La mostra Metamorfosi, curata dalla storica dell’arte Francesca Pietracci, ne è un esempio e propone al pubblico una riflessione profonda sul periodo che stiamo vivendo.

Mai come oggi, in una fase di grande cambiamento e storiche sfide come questa, il tema classico della “Metamorfosi”, trattato da Ovidio, da Kafka e da tanti altri autori, assume un significato tanto forte e attuale.

Tre artisti, tre generazioni, diverse culture e diversi linguaggi, si confrontano e si incontrano su un terreno comune, dove la gioia, il dolore, la speranza, la morte e la rinascita scandiscono l’eterna evoluzione dell’essere umano, in un perenne cambiamento antropologico, psicologico e spirituale.

GLI ARTISTI

Erzsébet Palásti

Il progetto ha preso origine dal lavoro dell’artista ungherese Erzsébet Palásti, nata a Salgótarján (Ungheria) nel 1972 e residente a Roma da tempo.

Le sue opere raccontano il rapporto tra uomo e macchina. L’essere umano, con la sua memoria e i suoi simboli, si avvicina contaminando e venendo contaminato  dal mondo della tecnica, delle macchine, dei computer e della biotecnologia.

Le sue immagini rappresentano un’ibridazione tra umano e tecnologico, piccoli esseri prendono forma e si trasformano in “qualche cosa” di estremamente grande che non ha più nulla di organico e umano.

Il suo è un linguaggio primitivo e tecnologico, che gioca sulle vibrazioni dei colori, passando da una fissità caotica e disturbante a uno stato liquido e rasserenante. Nelle sue opere traspare un’ingenuità infantile, quasi primordiale che sembra volere, nonostante tutto, riportare serenità e riflessione all’essere umano.


Erzsebet Palasti

Decisamente interessanti le sue opere più “fluide”, dove i colorì dai toni acidi si mescolano con linee e forme, quasi a creare una mappa mentale dove l’umano e il tecnologico non ha più un confine.

Erzsebet Palasti

Giosuè Cannizzaro

 Siciliano di Palermo, classe 1983 e prematuramente scomparso lo scorso dicembre dopo una lunga malattia, era forse uno dei più promettenti giovani interpreti della pittura contemporanea italiana.

I suoi sono dipinti di grandi dimensioni, dove rappresenta un mondo onirico ed inconscio raffigurato da personaggi antropomorfi, fantastici ed enigmatici, frutto di una ricerca introspettiva, psicologica e spirituale.

Il suo punto di vista è malinconico e a volte angosciante, ma sempre fluttuante e proteso verso il superamento del dolore.

Nelle sue creature convivono gli opposti: amore e odio, vita e morte, tristezza e speranza. Dualità che fanno parte di ogni essere umano.

Giosuè Cannizzaro

I corpi rappresentati nelle sue opere spesso partono da un unico tronco per poi trasformarsi e sdoppiarsi, quasi a voler sottolineare che la radice è sempre la stessa, così come l’interiorità. Concetto ulteriormente rafforzato dalla ricorrente presenza, nei suoi personaggi, degli stessi occhi azzurri, trasparenti, sinceri a volte vitrei e sofferenti ma sempre cristallini: gli occhi dell’autore.

Degno di nota è l’uso magistrale del colore che cattura e trascina nel mondo interiore dell’autore.

Giosuè Canizzaro

Giuseppe Colacino

Nato a Soverato (CZ) nel 1992 , vive a Torino e nonostante la sua giovane età, ha una profonda conoscenza dell’arte e della pittura.

Colacino lavora da sempre sul tema della metamorfosi e dipinge l’uomo nel suo stato embrionale, rappresentandolo con piccoli segni neri e sottili, apparentemente casuali, quasi delle colature di colore. In realtà, nella sua pittura, non c’è nulla di fortuito, tutto è studiato, pensato e voluto.

Le sue opere ricordano l’arte orientale, i suoi segni sembrano ideogrammi. Tutto è minimale e preciso su uno sfondo bianco, dove piccole creature volteggiano nella danza della vita, a volte in divenire altre in regressione, ora vicine, ora lontane, a volte sole, spesso complementari.

Piccole, forti e tenaci, ma anche fragili ed effimere, sono atomi che si incontrano e trasformandosi danno origine alla vita.

Giuseppe Colacino

“… È così che ciascun artista, nella differenza degli stili e delle loro possibili applicazioni, si presenta introducendo il pubblico al discorso della metamorfosi. Per ognuno di loro l’evoluzione delle forme corrisponde all’evoluzione della consapevolezza dell’essere umano, della sua riappropriazione del mondo e della natura che lo circonda, nella definizione formale e concettuale di un sé che si espande e oltrepassa il limite individualistico.” (Francesca Pietracci)

Fino al 31marzo

Accademia d’Ungheria
Palazzo Falconieri
Via Giulia, 1
Roma

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