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Instagram e non solo: gli adolescenti online

MILANO – Il modello più autorevole potrebbe essere papà Obama, che vieta alle figlie di 10 e 13 anni l’uso di Facebook, «perché non si mettano a raccontare i fatti loro agli sconosciuti». Ma anche senza essere Presidenti e capi di Stato, sono tanti – e in qualche caso legittimamente – i genitori che del social network blu temono violazioni di privacy e potenziali pericoli. Sempre di più quelli che «pedinano» i propri figli in Internet, violando computer e parole chiave, intercettando amici di cui non sospettano l’esistenza e creando falsi profili per monitorare l’attività in rete.

Tutto inutile (e discutibile), avvertono gli esperti: quello che si vede è solo la punta dell’iceberg. Gli vietate di aprire un account Facebook? Scambieranno foto via Instagram (applicazione da 30 milioni di utenti appena acquistata da Zuckerberg per un miliardo di dollari) o con iMessage, corredate di messaggi di testo creati con Tweegram o Versagram. «App» nuove e gratuite, che si scaricano in pochi secondi e consentono di aggirare i divieti (una rassegna completa in un recente articolo del Wall Street Journal). Difficile porre freni alla smania di «condividere». Tanto più che secondo l’ultima ricerca di eMarketer, il 15% dei ragazzini sotto gli 11 anni ha un cellulare di ultima generazione. E la più recente indagine del Pew Research Center rivela che nella fascia tra i 12 e i 17 anni sono almeno il 16% quelli che cinguettano via Twitter. Per legge, YouTube, Google, Facebook, Timblr e Twitter dovrebbero essere accessibili solo dopo i 13 anni. Ma la regola è facilmente aggirabile inserendo una data di nascita fasulla, o facendo aprire un account da un amico.

Gli psicologi sono divisi: qualcuno appoggia lo «spionaggio», data la portata dei rischi. Altri lo escludono categoricamente: «E’ inutile e i ragazzi sono bravissimi a superare divieti», sostiene Matteo Lancini, docente di Psicologia in Bicocca ed esperto di adolescenti. «Fondamentale, invece, accompagnare bambini e ragazzi nell’uso di Internet, almeno fino ai 12, 13 anni. Poi è importante fidarsi e coltivare il dialogo e la relazione: se si mettono nei guai devono trovare una porta aperta, qualcuno con cui parlarne».

E mentre i genitori si interrogano su limiti e modi del loro interferire, gli esperti di marketing propongono social network per la «touch generation» e applicazioni interattive in grado di scardinare le diffidenze degli adulti. Come KidzVuz, per esempio, «ambiente sicuro per nativi digitali di dieci anni o giù di li», ideato da due supertecnologiche mamme newyorkesi: una start up che insegna ai bambini a creare e condividere contenuti multimediali, ma senza lasciare tracce personali, e senza possibilità di chattare. I messaggi che compaiono sul sito vengono accuratamente filtrati. O come Playground, piattaforma «di socializzazione» per ragazzini in età scolare messa a punto dal laboratorio per l’innovazione della Southern California University, che consente di creare application e video. O FashionPlaytes.com, sito per ragazzine tra i 5 e i 12 anni, che si incontrano per disegnare abiti e parlare di moda. O Kibooko, ambiente «sicuro» (e a pagamento) per consentire ai bambini di interagire con i coetanei.

Piazze virtuali che sostituiscono strade e cortili. Collocate nel salotto di casa, dove i pericoli non possono entrare.

di Antonella De Gregorio

(fonte Corriere.it)

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