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Savile Row, martedì il verdetto: Abercrombie aprirà nella storica via della sartoria inglese?

LONDRA – L’affare è grosso. Perché, diciamolo, qui non si tratta solo di una semplice battaglia legale. Qui si rischia di ledere l’orgoglio e l’eccellenza inglese e, quando si ha a che fare con quella, si sa, c’è poco da scherzare.

E questa volta la battaglia legale, che scioglierà qualsiasi dubbio martedì 12 Febbraio, è davvero in “grande stile”. Il fatto è questo: ci troviamo a Londra, esattamente in Savile Row, la strada che per antonomasia è simbolo di eleganza, sartorialità e artigianato britannico. È la storica via dei sarti inglesi, in cui sono stati creati abiti su misura per principi, maharaja, statisti, divi del cinema. Qui si parla di personalità quali Winston Churchill, l’ammiraglio Nelson, il Principe Carlo, il divo Jude Law, si parla di modellisti che hanno vestito il personaggio di James Bond. Insomma, mica pizza e fichi.

Tale tempio di eccellenza ed eleganza gloriosa, però, un soleggiato giorno di Aprile 2012 viene attraversato da una notizia funesta: orrore degli orrori, l’invasore americano più burbero, mascherato da marchio di abbigliamento “Abercrombie & Fitch, decide di voler aprire un negozio proprio nella via che, ancora, celebra il “Londoners”, il perfetto cittadino inglese, con accento impeccabile, bombetta ed ombrello che affollava la City fino a nemmeno troppi anni fa tanto caro ancora al perfetto uomo inglese.

Non avrebbero potuto annunciare notizia peggiore: l’ignoranza in persona, messa in mostra attraverso modelli palestrati e plastificati, da loghi seriali che arricchiscono t-shirt di basso taglio e monocolore. Per non parlare dei jeans, “sformati e bracaloni”, delle camicie da boscaiolo o da pic nic, come si preferisce.

Così, proprio nell’Aprile del 2012, è scattata la “rivolta” e 200 sarti sono scesi in sciopero popolando la storica via con giacche dal taglio perfetto in tweed, monocoli, baffi e bombette brandendo “le armi del mestiere”: ago, filo, ditale, forbici, gessetto.

Il fatto è che un negozio A&F vi è già, proprio da quelle parti. Certo, non proprio “a casa loro”, ma in una strada adiacente. E molti sarti e modellisti si sono espressi più volte in merito. David Coleridge di H. Huntsman & Sons, per esempio, ha scritto che “l’arrivo di A&F ha drammaticamente cambiato non solo il tono ma la sicurezza della via”. Un altro sarto disse: “una catena che vende vestiti schifosi a orribili persone non è proprio la direzione che vorremmo seguire per lavorare” o ancora: “Sarebbe come mettere succo d’arancia nel migliore champagne del mondo”.

Certo che per chi è abituato ad avere a che fare con l’alta sartoria, vedersi spuntare come un fungo dentro casa un colosso americano di marketing e comunicazione in cui ambienti semi bui e personale semi vestito ti invita ad acquistare felpe e t-shirt con occhiolini ammiccanti, non è proprio un boccone semplice da digerire.

Se poi ci mettiamo che le note commerciali “discotecare” del “mostro americano” del marketing si diffonderebbero nella via in cui vi era niente meno che la sede della Apple records, casa discografica dei Beatles, la frittata è fatta.

E così domani ci sarà il grande verdetto, dato da una commissione d’inchiesta che si pronuncerà sulla delicata questione: A&F si, o A&F no?

E ricordiamoci che qui non è mica solo questione di soldi… qui c’è di mezzo l’orgoglio del perfetto Lord inglese…

Claudia Montanari

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