ROMA- Chi di noi non ha il proprio “best friend”? Quello che nel 99% dei casi hai conosciuto tra i banchi di scuola, quello con cui, per la prima volta, sei riuscito a confidarti veramente e l’unico, nonostante le tue numerose attuali amicizie, riesci a confidarti così facilmente tutt’ora.
Il nostro amico del cuore, quello con cui abbiamo affrontato le prime “marachelle” e le prime conseguenti punizioni, quello con cui abbiamo litigato e subito dopo fatto pace perchè, si sa, “sei il mio migliore amico e senza di te non riesco a stare”.
Bene, a sentire questa notizia la maggior parte di noi rabbrividiranno, eppure in sempre maggiori scuole inglesi le maestre stanno adottando la filosofia del “no best friend”. Cosa significa? Il “no best friend” mira a scoraggiare le amicizie “esclusive”, cercando di favorire le amicizie di “gruppo” ed aperte. Una tragedia solo a pensarci, direte.
Eppure, sembra che questo nuovo comportamento sia nato dai psicologi. Si legge su il “Corriere della Sera”: “È un metodo suggerito da psicologi; una nuova formula per crescere meglio: le grandi amicizie dell’infanzia sono destinate a finire. Le strade si dividono, le vite in comune vengono separate da vari eventi — la fine dei cicli scolastici prima di tutto. E si soffre, perché la separazione è traumatica”.
Certo che a ben pensarci, in effetti, un piccolo trauma c’è. Chi di noi non si ricorda il difficile distacco dal nostro migliore amico l’ultimo giorno della quinta elementare o, ancora peggio in quanto vi è maggiore coscienza, delle medie o del liceo?
Solo, come spiega Il Corriere della Sera, “non si capisce bene perché (questo trauma -ndr.) debba essere aggirato. È come dire a un atleta della corsa a ostacoli: c’è un altro modo per gareggiare, quello di girare intorno a ogni singolo ostacolo, senza essere costretti a saltarlo (a imparare a farlo). L’atleta lo troverà più facile, si allenerà così, e il suo umore sarà migliore. Ma poi, il giorno della gara, quando gli ostacoli si presenteranno inevitabili, non li saprà saltare”.
In effetti, l’amico del cuore ha sempre svolto questa velata funziona “doppia”. Ci prepara, in un certo modo, ai duri distacchi che ci saranno nella vita, anche alle delusioni d’amore in un certo qual modo.
E Francesco Piccolo, sul Corriere della Sera, racconta: ” Alla ragazzina che mi ha lasciato una mattina d’estate solo su una panchina del parco, a piangere, dopo avermi detto che non poteva fidanzarsi con me perché a lei piacevano i ragazzi più grandi, io sono grato per un gran numero di cose: perché mi ha insegnato a soffrire per amore, ma anche perché mi ha insegnato che, nonostante pensassi che quel dolore e quel pianto non sarebbero finiti mai più, poi sono finiti. E adesso, quando soffro per una separazione, mi ci immergo nella sofferenza e so che, nonostante il dolore, ogni giorno che passa è un avvicinamento ulteriore alla salvezza. Senza quella ragazzina, oggi sarei più fragile e inconsapevole”.
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