Monica Priore e il diabete: “Io nuotatrice record vi racconto la mia vita”

Monica Priore, nuotatrice record: "Vi racconto la mia vita con il diabete"

ROMA – Il diabete non deve essere un limite. Che sia di tipo I (giovanile) o di tipo II (alimentare), non deve impedire a giovani e meno giovani di praticare uno sport. È questo, in sostanza, il messaggio che viene lanciato da Monica Priore che con il diabete convive da quando aveva 5 anni. Una malattia che non l’ha mai fatta arrendere e che, anzi, le ha dato la spinta necessaria ad andare avanti. Oggi Monica ha 38 anni e due record da fondista in acqua: a bracciate ha attraversato lo stretto di Messina, e ha nuotato per 22 chilometri da Capri a Meta di Sorrento. La prima persona diabetica, in Europa, ad affrontare imprese simili.

Carla Massi sul Messaggero dipinge un quadro ben fatto di questo bell’esempio di connubio fra sport e diabete. A forza di sacrifici Monica è diventata quello che è: alimentazione equilibrata, palestra, valori monitorati anche durante le gare. E oggi Monica ha scritto un libro, per raccontare a tutti la sua storia. Si intitola “Il mio mare ha l’acqua dolce”, e Carla Massi scrive:

“È uscito in questi giorni, a ridosso della Giornata mondiale del diabete, venerdì prossimo, che, in Italia, avrà due giorni di coda: il 15 e il 16 novembrewww.diabeteitalia.it, con manifestazioni, visite gratuite. Parola d’ordine 2014: «Il diabete ha scelto me. Ma anche io ho scelto me». Monica Priore continua ad allenarsi, le sue sfide non sono finite. Dice di essere riuscita a conquistare una «vita eccezionalmente normale».Ma non basta. Che cosa altro vuole dimostrare? «Voglio continuare a dimostrare al mondo e a me stessa che le mie braccia non sono solo dei puntaspilli dove infilare aghi per prelievi e controlli glicemici»”

E Monica racconta la sua storia:

Aveva solo 5 anni quando le è stata diagnosticata la malattia, si ricorda?
«Era estate. Ero una bimba che voleva costruire castelli di sabbia con il fratello e i cugini in riva al mare. E, invece, sono stata in città, nel reparto di diabetologia. Braccia piene di lividi per i buchi»

Ora quelle braccia sono dei remi, vero?
«Ora sento i muscoli tendersi, le spalle ruotare, le mani entrare nell’acqua e farmi andare avanti. Ogni bracciata mi fa allontanare dallaMonica che ha sofferto»

Che ha sentito dolore, che si è sentita esclusa?
«Io sono nata nel 1976, ma la mia vera storia è iniziata nell’estate dell’81. Ho iniziato da subito a minimizzare, a negare la malattia. Nascondevo il dolore ma in casa usciva»

Che vuol dire, se la prendeva con loro. Così sfogava il suo malessere?
«Può capitare di perdere l’uso della ragione quando si sta male. Figuriamoci una bambina. Un giorno allontanai mio padre da me dicendogli che era colpa sua se ero malata. E, ovviamente non è vero. Non è semplice stare vicino a chi ha il diabete…»

Parla delle crisi da basso livello di zucchero?
«Sì. Mia madre riusciva a passare sopra a tutto: le urla, i capricci, le fughe dalla cucina alla camera da letto, l’ho scritto nel libro. E poi, le richieste di fare tutto quello che non potevo»

Ad un certo punto la disperazione si è fatta energia, movimento, sport?
«Lo sport è stata la mia vera cura. Prima la pallavolo, poi la piscina. All’inizio riuscii a non dire nulla della mia malattia, nessuno medico, allora, mi avrebbe dato il via libera. Oggi gareggio con il placet dei medici, mi misuro con le atlete “normali”»

Una sfida del corpo o della mente?
«La mia rivalsa sulla malattia che si è trasformata in forza nel fisico e nella mente. Il momento più duro è stato quando ho affrontato la prima gara. Il campionato del circuito nuoto supermaster, 400 stile libero. Vinsi un bronzo! Mi dovettero chiamare dieci volte, l’acustica era pessima. E certo non potevo credere di salire sul podio…»

E come ha fatto, o fa, con gli sguardi di chi scopre che è malata?
«Bisogna saperci passare sopra, ignorare quella stupidità umana qualunquista. Se qualcuno ha deciso di rimanere chiuso nelle sue certezze, faccia pure. Io sono viva e voglio guardare la mai condizione in un altro modo»

Lei ora pensa agli altri, aiuta le mamme di bambini con diabete crede che per riuscire a convivere o battere la malattia bisogna per forza scalare i monti, andare in bicicletta a livello dei professionisti o attraversare il maremosso?
«Io, come tanti, faccio pure l’impiegata. So che cosa è la vita della maggior parte delle persone. Le grandi imprese possono essere anche meno eclatanti ma ugualmente importanti per sentirsi vincitori e non vittime. E’ importante cambiare la convivenza con la malattia»

Che vuol dire, come fece da bambina, ignorarla?
«Non si può, è appunto un fare da bambini. Non possiamo neppure odiare la malattia. Dobbiamo soltanto, piano piano, imparare a conviverci»

Eppure, tanti si vergognano di dire al mondo di essere diabetici…
«Il diabete è, certamente, una difficoltà in più nella vita ma non un handicap troppo invalidante se ben curato. Invito tutti a raccontarsi ma non piangersi addosso e arrendersi»

La sua forza è palese, nel sorriso e nelle vittorie. Ma le sue paure, i suoi brutti pensieri?
«Sono come tutti, con in più il peso del diabete. Come gli altri rischio di sentirmi incompresa. Questa è la mia storia, sono caduta e mi sono rialzata, mi sono arrabbiata e poi sono scesa a compromessi. Forse ho solo imparato a vivere».

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