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Luis Sepulveda: Juan Carlos come Berlusconi. Sofia coraggiosa

ROMA – “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”. Questo è probabilmente uno dei più celebri libri scritti da Luis Sepulveda, ma non è certo l’unico.

Di origine cilene, l’artista vive da ormai 15 anni a Madrid e rilascia un’intervista “a cuore aperto” al Corriere della Sera: “Una gabbianella monarchica, confesso, devo ancora incontrarla. Sono repubblicano sino al midollo e, per casa o nei libri, ho avuto solo cani e gatti intimamente egalitari. In materia di teste coronate anche la mia storia familiare congiura contro l’imparzialità: ho avuto un nonno che scappò dalla Spagna sognando di ritornarci una volta che fosse diventata una vera Repubblica. A questo punto credo che sarò io a veder realizzato il sogno del nonno» racconta.

In fondo Luis Sepulveda non è solo uno scrittore. Solo in Italia il suo longseller “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” arrivò a due milioni di copie vendute, e diventò poi un film di Enzo D’Alò con un incasso da circa dodici miliardi di lire.

Ed ecco che, da Madrid, racconta il suo modo di vedere la Spagna: La monarchia? “È solo folclore”, dice, e la Famiglia reale? “Gente senza spessore intellettuale”.

E non rinuncia a parlare dello scandalo dell’Infanta Cristina: “Un problema di presunzione e corruzione che non riguarda l’essere o meno aristocratici. Non c’è un Danton che prepara la ghigliottina. È vero, vedo sempre più bandiere repubblicane per le strade, ma la fortuna dei Borbone è che, per il momento, ci sono problemi più gravi da affrontare: dalla crisi economica ai milioni svizzeri del tesoriere del partito di governo“.

Poi, Sepulveda, di cui è atteso un nuovo libro dal titolo “Ingredienti per una vita di formidabili passioni”, al Corriere della Sera parla di Juan Carlos parlando della popolazione spagnola come “Juancarlisti: “La maggioranza era favorevole a Juan Carlos come possono esserlo dei tifosi di calcio. Juancarlisti non borbonici visto che i Borbone non hanno mai fatto bene al Paese. Lo spagnolo medio si identificava nei suoi limiti come l’italiano medio si è identificato in Berlusconi. Juan Carlos era un cacciatore e un cattolico come piace agli spagnoli, ma soprattutto uno sciupafemmine. La vox populi era che uscisse di notte in moto per andare a donne. Invece di scandalizzarsi il macho spagnolo drizzava la cresta. Il tempo però passa per tutti. Non sarebbe generoso accusarlo delle sue difficoltà di anziano. Però starebbe a lui farsi da parte e limitarsi a giocare con i nipotini. Invece si è fatto cogliere con nuove amanti e nuovi eccessi quando l’ottimismo nazionale era svaporato. Ha perso la sintonia con la gente”.

Non ha mezze misure per definire il carattere di Juan Carlos. Secondo l’autore, non bisognerebbe attribuire al re spagnolo nemmeno il merito d’aver sventato il golpe dell’81: “La mia personalissima versione dei fatti è che Juan Carlos aspettò fino all’ultimo prima di prendere posizione a favore della democrazia. Per di più il merito non fu suo. Magari dell’ambasciatore Usa, ma soprattutto della moglie Sofia, che da greca aveva già vissuto il regime dei colonnelli. Fu lei, secondo me, a farlo ragionare: scegli la democrazia o perdiamo tutto”.

Una Regina Sofia, invece, che “È rimasta la sola a tenere tutto e tutti assieme. Nei 5 minuti passati con Sofia a tu per tu è riuscita a parlarmi di Petros Markaris, greco come lei, a dirmi che le era piaciuto il suo ultimo romanzo. Non credo che al mio amico Markaris, rosso nell’anima, faccia piacere essere letto da una regina. Però almeno fa onore a lei”. 

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