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La conversione di Nadine, da Milano alla Jihad: “Devo uccidere gli infedeli”

La conversione di Nadine, da Milano alla Jihad: "Devo uccidere gli infedeli"
MILANO – È considerata dalla Digos una vera minaccia per la sicurezza nazionale. Nadine (nome di fantasia scelto da Repubblica per raccontarne la storia) è tunisina, ha 33 anni e da 7 vive a Niguarda, quartiere nella periferia nord di Milano. Nel 2011 Nadine ha iniziato l’indottrinamento sul web per poi convertirsi all’integralismo islamico. Ora, si sente pronta a “combattere e uccidere gli infedeli”. Considerata pericolosa per la sicurezza nazionale, la Digos ne chiede l’espulsione: un provvedimento che si concretizza l’8 agosto scorso, quando Nadine lascia l’Italia.
La storia di Nadine viene raccontata da Sandro De Riccardis su Repubblica:
“È in Italia da sette anni, arrivata con un visto turistico nel 2007, ospite della sorella. Quando è scaduto è rimasta in Italia da clandestina, poi nel 2012 ha presentato una domanda di emersione per lavoro che non è stata mai perfezionata. Perché Nadine è già sprofondata nel gorgo nero dell’integralismo islamico. Lascia un lavoro da autista. Butta via i jeans e i vestiti occidentali. Si copre con il velo integrale e non esce più di casa. Evita il contatto con gli «impuri». Vive tra pc e cellulari, cerca su Internet contatti siriani, crea e cancella account su Facebook dove sogna una nuova vita da soldatessa. «Perché la mia vita è la jihad»”
La digos ne chiede l’espulsione:
“Per molti mesi è stata una minaccia per gli investigatori milanesi. In un fascicolo in cui è stata iscritta per associazione con finalità di terrorismo e di eversione dell’ordinamento democratico. Pochi mesi fa, la sua deriva radicale finisce in un’indagine della Digos di Milano, che chiede alla procura il nulla osta all’espulsione della ragazza. Un provvedimento che si concretizza l’8 agosto scorso, quando Nadine lascia l’Italia: il folle sogno di unirsi alla guerra santa in medio Oriente, può diventare una minaccia anche a Milano”
La conversione di Nadine:
“I primi ad accorgersene sono i familiari e gli amici arabi moderati. La sorella che la nota sempre più isolata in casa. I nipotini che non vedono più la faccia della zia, nascosta da un niqab nero. Un amico di famiglia che contatta Youssef Tarek Mahmoud, un noto imam di Sassuolo, figura carismatica dell’islam in Italia, che cerca di riportare Nadine alla realtà. Le recita i versetti del Corano contrari alla partecipazione delle donne alla jihad. «Non credo a queste parole — ribatte Nadine, che cita invece i suoi predicatori radicali — io credo nel sacrificio in nome di Dio. Devo partire per combattere in Siria e partirò». La svolta estremista, secondo le indagini della Digos, guidata dal dirigente Bruno Megale, coordinate dal procuratore aggiunto Maurizio Romanelli e dal pm Alessandro Gobbis, arriva nel giugno 2011. Nadine conviveva dal 2008 con un egiziano, un uomo che la conosce a Milano e decide di ospitarla, ma che la coinvolge anche in un traffico di documenti falsi senza che lei se ne accorga. Lei vive e veste ancora da donna occidentale, non ha paura né rancore verso le istituzioni italiane, e si mostra disponibile a raccontare alla polizia come avveniva quel traffico tra Milano e l’Africa. È allora che denuncia il suo convivente anche per violenza sessuale. Così Nadine lascia quella casa e torna dalla sorella. E in poco tempo diventa un’altra
La “nuova” Nadine:
Coperta dal niqab, esce in strada solo al mattino, quando accompagna il nipote più piccolo a scuola. Le altre madri la vedono sul marciapiede opposto e hanno paura. Lei non attraversa la strada e guarda il nipotino entrare a scuola da lontano. «Non posso avvicinarmi a esseri impuri», ha detto una volta a un’insegnante che la rimproverava per aver lasciato il bambino sfilare da solo tra le auto. «Se tu non credi nell’Islam sei un infedele, e io non posso averti accanto».
Ma è la vita parallela di Nadine ad aver allarmato gli investigatori dell’Antiterrorismo milanese. Trascorre l’intera giornata nella sua stanza, dove cerca un’eventuale rete per cercare supporto logistico per raggiungere la Siria. In casa la polizia ha trovato — pochi giorni prima dell’espulsione — un notebook, un tablet, due cellulari, uno smartphone, una pendrive e i disegni della bandiera dell’Isil. Su Facebook, Nadine ha una pagina interamente in lingua araba. La foto del suo profilo è un’immagine dell’Isil, come nome alternativo ha la scritta in arabo “La serva di Dio monoteista”. Sul diario condivide immagini e documenti del gruppo terroristico Jabhat Al Nusra. E scrive: «Sono pronta al martirio in nome di Dio, il mio scopo è la Jihad». Nadine scrive su profili stranieri, contatta uomini siriani e mujaheddin, resta per ore sull’account Aljihadaljihad-Sabili , “La mia vita è la Jihad”. Tra i gruppi che segue, i “Mujaheddin combattenti”, i “Leoni sunniti in Libano”, “Alraqqa (città sede principale dell’Isil, ndr.) si sviluppa in silenzio”.
Agli investigatori milanesi fa paura il tempo che trascorre da sola a casa, il suo processo di indottrinamento solitario, nelle quattro mura della sua stanza, attraverso il sistematico utilizzo di Internet per la consultazione dei siti d’area. Il classico ritratto di aspiranti jihadisti senza rete strutturata. E ricordano la mattina del 12 ottobre 2009, quando un uomo senza passato, come il libico Mohamed Game, si fece esplodere davanti all’ingresso della caserma milanese di via Perrucchetti, con una carica di dinamite costruita nella sua casa popolare di San Siro. L’incubo di Game si palesa anche nella vita di Nadine: un’utenza cellulare intestata a sua sorella era apparsa tra i contatti di un telefono satellitare finito nell’inchiesta sull’attentato, ma che poi non è stata più attiva.
E lei va espulsa anche perché troppe sono le analogie con quella strage scampata. Perché Nadine, frustrata dalle difficoltà di raggiungere lo scenario di guerra, meno credibile tra i combattenti della jihad perché donna, potrebbe cercare online il proprio riscatto. Alla ricerca — è l’allarme del giugno scorso dell’Antiterrorismo — di quegli strumenti per attentati in Italia, costruendo per esempio Ied, gli “ordigni esplosivi improvvisati” che sono l’incubo di ogni poliziotto”

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