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Insultare il capo? Una volta si può, lo dice la legge

ROMA – A chi non è mai capitato almeno una volta, anche nelle situazioni di lavoro più serene, di sentire il bisogno impellente di mandare il proprio capo.. a quel paese? Bene, buone notizie: potete farlo senza per questo essere licenziati, lo dice la legge.  la Suprema Corte di Cassazione ha stabilito che il “vaffa” può essere pronunciato una tantum nei confronti del capoufficio. Perciò fate bene i conti e ponderate bene quella sola ed unica volta in cui vi potrete togliere il famigerato sassolino dalla scarpa perché la Corte, lo sottolinea, ammette l’offesa al superiore gerarchico se resta “circoscritta a un episodio e non dà adito ad altre contrapposizioni nel tempo”. Quell’unica volta, secondo i giudici, non “compromette il rapporto fiduciario con l’azienda”.

E’ con queste motivazioni che la sezione lavoro della Cassazione ha bocciato il ricorso di un’azienda abruzzese, la Mag.ma, che si era opposta al reintegro di un suo dipendente, reo di aver offeso il suo superiore, perdipiù donna, mandandola a quel paese. Ne era seguito il licenziamento disciplinare il 21 ottobre 2005 poi annullato dal Tribunale di Chieti il 18 marzo 2009 alla luce del fatto che l’offesa era stata isolata.

La sentenza n. 10426 annulla il ricorso dell’azienda che chiedeva l’allontanamento del dipendente per la sua condotta “gravemente ingiuriosa e intimidatoria al superiore donna deriso e apostrofato”. Ma i giudici hanno ridimensionato la gravità dei fatti e hanno circoscritto l’episodio che “seppur censurabile, non dimostra la volontà (del dipendente, ndr) di sottrarsi alla disciplina aziendale e di insubordinarsi, essendo rimasto nei limiti di una intemperanza verbale”.

Insomma se lo fate, è probabile che vi prendiate una di quelle strigliate che non si dimenticano ma non verrete licenziati. L’azienda dovrà ora rifondere l’avvocato del dipendente con 2500 euro. Come dire, oltre al danno, la beffa.

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