Cecile T, scopre stupro dopo 30 anni, ma reato in prescrizione. È polemica

Cecile T, scopre stupro dopo 30 anni, ma reato in prescrizione. È polemica

PARIGI – Le violenze sessuali hanno un’arma in più, ed è quella della prescrizione. Il caso di Cècile T, violentata nel 1977 quando aveva solo 5 anni, è di nuovo al centro di polemiche in Francia e ha fatto riaprire il delicato dibattito in merito alla prescrizione dei reati sessuali. La domanda di fondo è semplice: è giusto far partire la prescrizione di un reato per violenza sessuale dal momento in cui è accaduto il fatto invece che dal momento in cui il fatto è stato scoperto, come accade invece per alcuni reati come la truffa o appropriazione indebita?

Cècile T ora ha 41 anni e, in base a quanto denunciato dalla ragazza, quando aveva solo 5 anni è stata violentata da un cugino. Vittima di quello che i medici definiscono come “amnesia post-traumatica” Cècile si è resa conto della violenza sessuale solo all’età di 32 anni, al termine di una lunga terapia psicoanalitica che ha riportato in superficie i ricordi drammatici di quella vicenda e molte fobie e paure di Cècile hanno trovato, dopo molti anni, una spiegazione.

Nel 2009 Cècile T ha deciso di sporgere querela ma nell’aprile del 2012 un’ordinanza del giudice istruttore stabilisce che il processo non ci sarebbe stato, perché il reato era prescritto (la prescrizione per questo tipo di crimini, in Francia, scatta dopo vent’anni). Anche la Corte d’appello ha poi confermato questa decisione.

Ora Cècile aspetta la sentenza della Cassazione ma Cècile non ci sta. Secondo quanto si legge su La Stampa infatti, la richiesta della ragazza è che

“La prescrizione inizi dal momento della scoperta dei fatti e non da quando sono stati commessi, come del resto succede, fa notare il suo avvocato, Gilles-Jean Portejoie, nel caso di truffa o appropriazione indebita. In altri termini, il problema diventa politico, perché si tratta di modificare la legge”. 

La richiesta di Cècile è chiara e cristallina: perché la prescrizione non inizia dal momento della scoperta dei fatti, come avviene nel caso della truffa o appropriazione indebita?

Intervistata dal “Parisien” Cècile ha detto:

“Bisogna ripensare i termini quando si tratta di crimini o di aggressioni sui minori, perché il legislatore non ha tenuto conto della psiche. Il bambino nasconde nel suo inconscio, come ho fatto io, gli orrori subiti. Sviluppa delle fobie che sono le cicatrici post-traumatiche. E, quando le vittime prendono coscienza dell’orrore, è spesso troppo tardi per denunciarlo. Ma la devastazione di uno stupro, quella dura tutta la vita”. 

Scrive La Stampa: 

“Le associazioni delle vittime seguono il caso giudiziario sperando che diventi anche un caso politico. Secondo un sondaggio del 2010 sull’incesto, basati sulla testimonianza di 238 persone che hanno denunciato di esserne state vittime, 45% di loro non ha potuto querelare perché il reato era prescritto. Isabelle Aubry, presidentessa dell’Associazione internazionale delle vittime dell’incesto, spiega al «Figaro»: «Che ci sia o no l’amnesia post-traumatica, per le persone sono necessari in media sedici anni per parlare e il 37% di loro aspettano più di venticinque anni». Per la legge attuale, troppi. Ma, accusa l’avvocato Portejoie, «le prescrizioni del Codice penale risalgono a un’altra epoca e non tengono conto degli ultimi progressi della psichiatria e della scienza». La discussione è aperta”. 

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