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Anna Maria Franzoni: delitto, carcere, ora fuori: come è cambiata

BOLOGNA – Condannata a 16 anni di carcere per il delitto del figlio Samuele Lorenzi. Da lunedì 7 Ottobre Anna Maria Franzoni può uscire dal carcere, ammessa al lavoro esterno. La donna può uscire la mattina per recarsi nella cooperativa “Siamo qua”, che da diversi anni ha avviato un laboratorio di sartoria aperto nella sezione femminile del carcere bolognese, in cui si producono oggetti di abbigliamento, in particolare borse. Anna Maria Franzoni dovrà rientrare la sera nella struttura della Dozza.

Scrive Pierangelo Sapegno su La Stampa:

“Dicono che il primo giorno abbia detto solo «ora posso tornare a vivere», mentre le altre detenute le facevano i complimenti. In paese, invece, su, a Ripoli Santa Cristina, dicono che faranno «suonare le campane a festa, la volta che tornerà di nuovo qui, fra di noi»”.

Sono passati più di 11 anni da quel fatidico 31 Gennaio 2002, quando in preda al panico Anna Maria Franzoni chiamò in lacrime il 118. Da allora, la donna sembra molto cambiata. Si legge su “La Stampa“:

“I capelli sono più gonfi, una chioma quasi scarmigliata, come la ritrae una foto dietro le sbarre, accanto a una agente di custodia. Non parla più con i giornalisti, che accoglieva ormai disperatamente fra pianti e rabbia, nell’angusta cucina di casa. E questo suo silenzio nasconderebbe anche una donna diversa, così lontana dalla donna isterica che scoppiava in lacrime davanti alle telecamere: ora – come ci hanno raccontato – passa molto tempo fra i libri che poi distribuisce alle altre detenute, e ha stretto rapporti profondi con parecchie di loro, «che conforta e aiuta. E’ stata amica di una musulmana e l’ha convertita alla religione cristiana»”.

Dalla morte di Samuele la vita di Anna Maria Franzoni è irrimediabilmente cambiata:

“Vede i suoi due figli, Gioele di 9 anni, – nato dopo la morte di Samuele e annunciato in diretta tv da Maurizio Costanzo -, e Davide, di quasi 18, assieme al marito Stefano Lorenzi, almeno sei volte al mese e un’ora per volta, il massimo concesso. Da quando il carcere le disegna la vita, tutto è cambiato attorno a lei. Persino don Marco, il battagliero parroco che la difendeva, ora spiega di aver «assunto – anche lui – il silenzio come metodo». Non ci sono più gli show di Maurizio Costanzo, e Bruno Vespa dedica i suoi plastici ad altre storie e ad altri misteri”.

Un delitto, quello di Cogne, che ha “appassionato” l’Italia intera per anni e anni. Quasi 12 anni sono passati e con loro tante storie. La fotografia italiana è cambiata da quel lontano 2002 eppure Anna Maria Franzoni è sempre stata, in un modo o nell’altro, al centro delle nostre cronache. Scrive Pierangelo Sapegno:

“Lei aveva coinvolto il Paese senza averlo mai diviso, perchè gli innocentisti sono sempre stati solo qui, fra le quattro case sparse sulla salita che taglia questi fianchi degli Appennini, da Monteacuto a Ripoli Santa Cristina, ma in nessun altro posto del Paese, percorso per questo caso da una vandea giustizialista così diffusa come non se ne vedono molte. Eppure, ogni volta è stato un trepidare di folle e di curiosi, davanti al tribunale di Torino o fuori dalle case di Ripoli, attratti dalla potenza della tv o da chissà che altro, magari proprio dall’identità borghesissima di quella famigliola, arroccata nella villetta di montagna con i mobili antichi e i tavolacci di legno rustico, travolta da se stessa e dal suo delitto. Dev’essere questo che è contato più della guerra in Afghanistan e poi in Iraq, delle liti di bottega fra Berlusconi e i suoi delfini, della vittoria e della sconfitta di Prodi, dei mondiali di calcio, di tutti gli anni e le notizie che passavano mentre restava immobile il volto crucciato della Franzoni, il suo sguardo che volgeva perennemente al pianto, la sua storia crudele e banale, vecchia come una tragedia greca

Perché quella storia, era l’Italia intera:

Quella casa e quella famiglia era l’Italia media, e quel delitto era una forma di espulsione del male da noi. In questo tempo trasformato, anche la villetta di pietra e legno affacciata sul pianoro di Sant’Orso, a Cogne, la casetta di Natale diventata la casa del delitto è stata messa in vendita. Ma non la compra nessuno: ancora troppo grande è questa storia”.

Un delitto controverso, quello di Cogne. Nel 2004 Anna Maria Franzoni venne condannata a 30 anni in primo grado che furono poi ridotti in appello a 16 per merito delle attenuanti generiche. Una sentenza resa definitiva dalla cassazione nel maggio del 2008.

Una sentenza che la donna non ha mai accettato. Lei, che si è sempre dichiarata innocente. Anna Maria Franzoni che, nonostante la sentenza dei magistrati, ha sempre negato di essere stata lei a infliggere, con un oggetto mai ritrovato, 17 colpi mortali alla testa del piccolo Samuele, nel lontano gennaio del 2002.

3 risposte su “Anna Maria Franzoni: delitto, carcere, ora fuori: come è cambiata”

Personalmente dal primo momento ho sempre ritenuto che la Sig.ra Franzoni fosse innocente e ancora oggi lo sono . Però la giustizia si deve rispettare accettando anche le eventuali contraddizioni. Una mamma felice, allora, in quella casa desiderata e dove regnava pace anche cristiana, sicuramente non poteva impazzire uccidendo e poi non ricordare mai più niente. Comunque spero che un giorno, pur dopo che la Franzoni ha scontato la pena che spunti la verità e fosse sua… Gli altri figli hanno bisogno di una mamma e le auguro che al ritorno possa trovare quell’amore che da tempo è mancato e possa vivere una vita familiare con serenità anche se non sarà mai più come prima. Auguri signora Franzoni e che Dio ti continui ad assisterti…

Le prove erano schiaccianti. Come si fa a dire che era innocente? Chi poteva aver ucciso il suo bambino? E le intercettazioni telefoniche? Certo mica l’aveva fatto nel pieno delle sue capacità, certo fu un raptus, certo aveva tentato di rimuovere la tragedia, ma se la Giustizia sempre desse importanza agli elementi giustificativi non si condannerebbe mai nessuno… Uno perché il padre lo picchiava da piccolo, un’altra perché lo zio l’ha violentata a 8 anni, un altro ancora perché cresciuto in un ambiente degradato, un altro con gravi problemi psilologici ecc. ecc.

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