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Giorgio Armani P/E 2019: la sfilata

MILANO – Ha filato a Milano la collezione Giorgio Armani Primavera/Estate 2019. Forme essenziali, leggere e allungate, in perfetto stile Armani. Una eleganza liquida e lineare, mai banale. Come si legge su Ansa, tutto sembra galleggiare come su uno specchio d’acqua: sono senza peso gli abiti attraversati da plissettature e ricami, i pantaloni e i soprabiti semitrasparenti in organza tecnica, i calzoni doppiati da un velo di tulle annodato a pareo, le tunichette di maxipaillettes cangianti, le giacchine corte davanti e allungate dietro, i bustier di plexi con gonna a balze, i bermuda doppiati di tulle. E poi le tute e gli abiti tutti ricoperti di frangette multicolor, prodigio di luce in movimento. Tanta leggerezza, spiega Armani, “è dovuta alla gamma di colori, tutto è mescolato, sottile.

È il colore che ha dato forma gli abiti: ho visto che le cose brillanti hanno una loro collocazione, la donna si diverte a sembrare non del suo ambiente e anche io mi sono permesso di fare questo piccolo contrasto che, rispetto a quel che fanno altri, è una pagliuzza”. Tra stivaletti di plexi con rouches e borse design di rete “c’è anche un po’ di volontà di Futurismo”. Quel che è certo è che questa “è una donna che si fa notare, non scivola via vestita da uomo con la matita tra i capelli arruffati, si deve far vedere in maniera spettacolare”. E per farlo punta sui colori che sono “una scelta forte”, anche perché “questa volta ho evitato di contrastarli con il nero, c’è giusto qualche piccolo tocco di fucsia”.

Un altro successo per Armani, dopo il megaevento della linea Emporio l’altra sera a Linate: “C’è la voglia di continuare il mio progetto, Milano ha bisogno di questo aggiornamento” dice lui, raccontando che però “una giornalista ha detto che non vedeva l’ora di andare via, stia attenta a parlare bene di Giorgio Armani!”. A una domanda sull’inchiesta del New York Times sul lavoro nero dietro il Made in Italy, Armani risponde che “ogni stagione c’è un attacco da parte dell’America, anch’io vengo attaccato vilmente e lo dobbiamo a queste papesse che ancora girovagano nel mondo della moda e io – ironizza – mi auguro che continuino a farlo per molto tempo. Noi dobbiamo difenderci e poi non è che gli americani abbiano fatto granché nell’ultimo periodo, tant’è che di loro non si parla”. E lo dice uno che ha affittato mezzo aeroporto per un evento da 2400 persone costato 4 mesi di lavoro e che oggi, dopo due sfilate, con ospiti come Cate Blanchett – bellissima in camicia bianca e gonna di velluto nero e accompagnata dal figlio – inaugura al Silos ‘From one season to another’, una mostra di 170 immagini di Sarah Moon curata dalla stessa fotografa.