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Social shopping: i consumatori minacciano una class action

21 Aprile 2012 - di marina_cavallo

ROMA – Una class action contro Groupon e gli altri siti che vendono su Internet coupon super scontati. I consumatori tornano alla carica, visto che in quattro mesi il tavolo di trattativa con Netcomm, il consorzio membro di Confindustria che rappresenta il commercio elettronico, non ha portato ad alcun risultato concreto. “Passeremo all’azione giudiziaria – minaccia il segretario generale dell’associazione Adiconsum Pietro Giordano – se non si arriverà al più presto a un accordo che includa l’introduzione della conciliazione paritetica”. Ovvero un meccanismo di risoluzione delle controversie, previsto ad esempio nei contratti telefonici, che per il cliente non è oneroso come una causa in tribunale.

Per gli internauti che si danno al social shopping restano irrisolti alcuni problemi: “Soprattutto carenze nell’assistenza post vendita – spiega Giordano – e difficoltà a ottenere rimborsi se qualcosa è andato storto nell’erogazione del servizio o nella consegna del prodotto”. Clienti che hanno acquistato un coupon per l’estetista, ma da settimane non riescono a trovare posto. O che aspettano il cellulare nuovo di cui, però, non c’è più traccia. E poi le email inviate al servizio clienti, senza ricevere alcuna risposta certa e rassicurante. Casi isolati, ribattono le aziende: Groupon, che è leader di mercato, e i suoi concorrenti Groupalia, LetsBonus e Poinx. Aziende con business in crescita vertiginosa.

Secondo il presidente di Netcomm Roberto Liscia, questo giustifica il persistere di qualche inconveniente: “In due anni i siti di social shopping hanno raggiunto un fatturato annuale di 250 milioni di euro, il 3% del totale del commercio elettronico. Un dato impressionante”. Un fenomeno che si inserisce nel trend di tutto l’e-commerce, spiega Liscia con in mano i dati freschi di marzo: “Gli italiani che fanno acquisti online in un anno sono aumentati di 1,4 milioni e ora sono 10,4 milioni. Circa il 15% della popolazione”. Numeri rilevanti, che però vedono l’Italia ancora indietro rispetto all’Europa, dove a fare affari in rete è il 42%. “Se si sviluppa il canale di vendita online, si sviluppa la competitività del sistema Paese. Per questo è importante infondere tranquillità e serenità nei consumatori”, continua il presidente di Netcomm. Che, per arrivare a un accordo, ha appena inviato ad Adiconsum una bozza con le linee guida per discutere sui temi della formazione alle aziende, dell’informazione ai clienti e anche della conciliazione paritetica. Liscia si dice disponibile a introdurre questo strumento, che su un contenzioso prevede il confronto tra consumatore e azienda attraverso i loro rappresentanti, senza l’intervento di terzi. Ma ha qualche dubbio sulla sua reale efficacia: “Meglio intervenire con attività preventive per limitare le controversie, piuttosto che rischiare di aumentarle arrivando alla conciliazione paritetica. Magari per una pizza da 20 euro”.

Ma questo punto è imprescindibile per Adiconsum, pena l’avvio di una class action per dare sostegno ai consumatori insoddisfatti. Spesso i clienti hanno difficoltà a ottenere rimborsi, spiega Giordano, perché pagano il sito di social shopping per un servizio erogato da un terzo, “su cui vengono scaricate le responsabilità dei disguidi. Ma questo è inaccettabile. Se acquisto un televisore difettoso in un centro commerciale, per sostituirlo vado dove l’ho comprato, non dal produttore”. Giordano ricorda inoltre che su Groupon e concorrenti pendono alcune denunce fatte all’Antitrust dai consumatori. E anche dall’Associazione nazionale dentisti italiani e dalla Federazione nazionale ordini medici chirurgi e odontoiatri, che hanno ravvisato nelle offerte online scontate pratiche commerciali scorrette. Ribatte il presidente di Netcomm: “Pagare un impianto ai denti 500 euro anziché 3mila va a tutto vantaggio dei consumatori. Ai siti di social shopping va poi dato il merito di avere introdotto nel canale digitale 20mila esercenti, dal ristoratore al parrucchiere. Un contributo innegabile all’alfabetizzazione digitale, sia sul lato delle imprese che dei consumatori”.

fonte il Fatto Quotidiano

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