A Milano assolti due writer: grafiti è bello

MILANO – Dipingere sul muro? Non è reato se il disegno viene fatto sopra una parete già imbrattata e se lo scopo è di abbellire. Lo ha stabilito una sentenza del Tribunale di Milano che ha assolto due writer colti sul fatto con 57 bombolette spray, intenti a pitturare un muro in viale Monza. Una decisione che non ha precedenti a Milano e che promette di fare giurisprudenza su un tema tra i più controversi in città: ovvero se le opere clandestine dei graffitari siano un reato o meno.

Nel maggio 2010 i due writer si erano appostati di fronte al muro di cinta del campo sportivo Cameroni, all’altezza di via Bechi, e avevano iniziato un ‘throw up’ (che in gergo graffitaro è un’elaborazione artistica della propria firma) andando a coprire vecchie tag già presenti sulla parete di proprietà del Comune. Scoperti da un agente della polizia, i due sono finiti in tribunale con l’imputazione di imbrattamento (articolo 639 del codice penale) e hanno dovuto spiegare le loro motivazioni.

Il giudice però, in questo caso, ha dato ragione ai giovani armati di bomboletta. Secondo 1a sentenza, sebbene non ci fossero autorizzazioni per dipingere su quel muro, è risultato evidente che gli imputati avessero agito pensando di «migliorare l’apparenza estetica di un muro già imbrattato». Qui il passaggio è sottile: secondo la legge, infatti, l’imbrattamento si ha «con una compromissione materiale e/o cromatica di un bene precedentemente intatto». In questo caso, i due non hanno intaccato l’integrità del muro perché questo era già compromesso da altri. Anzi, sul piano psicologico, hanno agito per abbellire la parete e non per sporcarla. Per questo gli imputati sono stato assolti «perché non si è raggiunta la prova certa, sufficiente e non contraddittoria, circa il dolo dell’imbrattamento». Inoltre, a far pendere la bilancia in favore dei ragazzi, c’erano anche altre circostanze. I due, infatti, avevano già dipinto (con autorizzazione) su altri muri messi a disposizione dal Comune di Sesto San Giovanni e avevano quindi dimostrato una sensibilità da artisti piuttosto che da vandali.

Per Domenico Melillo, avvocato difensore dei due, è una sentenza senza precedenti: «Per la prima volta è stato riconosciuto che i graffitari non sono imbrattatori e che le loro opere hanno un valore estetico. La sentenza ha colto che nei ‘throw up’ c’è uno studio dello stile e della calligrafia che è paragonabile a quello di altre forme d’arte. Questo non vuol dire che non ci siano persone che imbrattano con le bombolette, ma è stata riconosciuta una differenza tra gli atti vandalici e le opere che hanno un valore.
La novità poi è che si tratta della prima volta in cui un giudice assolve nel merito i graffitari e non solo per questioni legate alla procedibilità». Tra gli ultimi episodi giuridici che hanno riguardato i writer, c’è stato il caso di Bros, uno dei più celebri street artist della scena milanese. In quel caso i procedimenti erano stati bloccati dal giudici per motivi non legati al fatto ma alla procedura. E non si era entrati nel riconoscimento del valore artistico.

di Luca De Vito
da la Repubblica Milano

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