Scostumista: London Fashion Week, cosa c’è da sapere FOTO

Pubblicato il 25 febbraio 2016 12.29 | Ultimo aggiornamento: 25 febbraio 2016 12.29

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Scostumista: London Fashion Week, cosa c'è da sapere FOTO

L ONDRA – Scostumista: London Fashion Week, cosa c’è da sapere FOTO. Si sono concluse anche le sfilate della London Fashion week. Dal 19 al 23 febbraio  la settimana della Moda Donna Autunno-Inverno 2016-17 si è svolta in una nuova location all’interno del Brewer Street Car Park, a Soho. Più di cinquanta show tra catwalks e presentazioni.  Dalle sfilate Newyorkesi, selezionando outfits, scremando designer, ho potuto scegliere quei brands che, in linea con il loro carattere, hanno proposto uno stile semplice e minimale.

Per quanto riguarda le sfilate Londinesi questa scelta è quasi impossibile. Alla semplicità qui si contrappone l’eccentricità. Ma l’eccentricità dei designers anglosassoni sa anche essere “asciutta”; focolaio di cultura giovanile e sede di alcune delle più prestigiose scuole di design del settore (Central Saint Martins College of Art and Design, Royal College of Art), Londra è la capitale della moda più nota per la produzione di giovani etichette concettuali. La capitale anglosassone probabilmente è il principale incubatore al mondo di talenti della moda, sono infatti i brands più giovani ad aver catturato maggiormente la mia attenzione.

Quasi tutti diplomati alle sopracitate prestigiosissime scuole, in comune hanno la voglia di andare avanti con una ricerca che li porta ad essere meno banali, ma anche a sfiorare il limite sottile  tra moda e oggetto artistico, fattore che rende questi abiti più simili ad opere d’arte, quindi difficilmente portabili.  La sensazione è che buona parte degli shows erano più sentiti come esercizi di fantasia con poca relazione con il mondo reale, dimenticando che questi vestiti debbano essere indossati nella vita quotidiana. 

Dalla sfilata dei talenti della Central Saint Martins si evince un mix di stili sicuramente non scontati, alcuni inutilmente e forzatamente eccentrici, altri (le prime uscite) in cui la ricerca e l’innovazione riescono a sposarsi comunque con la portabilità. Molto interessante la giovane cinese (London based), Xiao Li, che dopo aver vinto nel 2012 il “Pitti Filati”, il premio Loro Piana e l’International Talent Support Diesel Award, ha attirato l’attenzione del settore. Ispirata da strutture architettoniche moderne, e con la convinzione che la maglieria non deve essere informe, Xiao combina le tecniche classiche con rilievi stampati in gomma per creare pezzi di maglieria pastello dip-dyed, bordi decorativi con silicone che  British Vogue ha descritto come “marshmallow chic”. Anche Ashley Williams è una promettente giovane designer inglese con sede a Londra, che per la primavera-estate 2015, ha fatto il suo debutto alla NEWGEN, presentando la sua prima sfilata personale alla London Fashion Week  con un buon successo della critica. In questa collezione saltano all’occhio pantaloni, gonne e shorts con bretelle incrociate al petto indossate su camice edwardiane . Interessanti le nuove forme oversize che la stilista Louise Trotter ha ideato per Joseph, oversized pure da Toga e Anya Hindmarch che ha progettato una collezione tutta ispirata ai videogames anni ’80. Anche Osman prende spunto dagli anni 80, ma da quel revival new romantic che affonda le radici nella moda ottocentesca, camicette con jabot, rouches e mantelline incorporate, indossate su lunghe gonne o su pantaloni sartoriali, fanno di questa sfilata una delle più riuscite. Erdem, ispirandosi alle dive del passato come Dietrich, Garbo, Gertrude Lawrence, Vivien Leigh e Lauren Bacall. resta fedelissimo al suo stile iper-romantico. Così passando per tre decadi dai tubini a sacchetto 1920, dai tagli di sbieco 1930, e un po’ di sartoria anni ’40, rivisita quegli anni con spirito nostalgico e con un linguaggio fatto di leggerezza e trasparenza. Romantica, ma anche poetica e vagamente malinconica la donna di Simone Rocha, colori delicati, tulle ricamato indossato sul tweed ad alleggerire ulteriormente uno stile etereo. La poesia di Sarah Burton per McQueen sembra invece svanita in questa collezione che lascia spazio a scenari più dark, onirici e surreali. McQueen è l’accostamento tra elementi contrastanti: fragilità e forza, tradizione e modernità, fluidità e gravità. L’abbondanza di decorazione su forme geometriche contrappongono la sfilata di Peter Pilotto allo stile di Paula Gerbase per 1205, caratterizzato da linee pulite, minimali, e dalla grande attenzione ai dettagli e ai materiali, a mio parere bellissima. Si asciuga e si semplifica rispetto alle sue collezioni precedenti, Gareth Pugh, che più che ad abiti ci aveva abituato a costumi teatrali, senza abbandonare il suo stile provocatorio, propone outfits ispirati ad una donna autoritaria, con spalle larghe e linee decise, utilizzando materiali classici come il cammello, la lana, il cashemire. La collezione intitolata “A Patchwork” disegnata da Christopher Bailey per Burberry riuniva tutti i temi cari al designer: i cappotti militari, lo sparkling, il pitone e lo shearling, ma la vera novità è quella che Burberry è il primo grande marchio ad abbracciare la filosofia “ direct-to-consumer”:  i capi che sfilano in passerella saranno da subito esposti nel negozio di Regent Street a Londra, stessa filosofia applicata anche da Diane von Furstemberg.

Arrendiamoci al capriccio del “tutto e subito”, che fa evaporare quel sogno dell’attesa che ci regala quel primo incontro romantico lasciato in sospeso, e ci fa cullare nella voglia e nell’impazienza di rivedersi.

Di Annapaola Brancia D’Apricena

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