Doping? Nella flora intestinale il segreto degli atleti

Doping? Neli batteri della flora intestinale il segreto degli atleti

E’ nei batteri della flora intestinale il segreto degli atleti. Il loro microbioma, infatti, è diverso da quello delle persone “normali” e potrebbe influire sulle loro prestazioni, funzionando quasi da sostanza dopante.

Ad arrivare a questa conclusione è la ricercatrice Lauren Petersen del Jackson Laboratory for Genomic Medicine di Farmington, in Connecticut, fondatrice dell’Athlete Microbiome Project.

Il sospetto sui ‘batteri dopanti’ è venuto alla ricercatrice per caso, dopo un problema personale. Colpita dalla malattia di Lyme, una patologia infettiva, a causa dei numerosi antibiotici presi, la sua flora batterica era praticamente azzerata, tanto da necessitare di un trapianto, e il ‘donatore’ scelto era un ciclista professionista.

“Pochi mesi dopo – riporta Petersen – mi allenavo cinque giorni a settimana, ho fatto delle gare di enduro e persino vinto qualche competizione pro. Mi sono chiesta se con un ‘pantofolaio’ come donatore avrei avuto gli stessi risultati”.

Da qui la decisione di analizzare campioni di ciclisti amatoriali e professionisti alla ricerca di eventuali differenze. Dai 350 diversi tipi di batteri isolati almeno due sembrano avere un ruolo nelle performance. Uno è la Prevotella, un batterio ‘buono’ del microbioma che sintetizza amminoacidi a catena ramificata, che sono fondamentali per il recupero muscolare.

“Più una persona si allena più è probabile trovare la Prevotella – spiega Petersen -. Nei miei campioni solo metà dei ciclisti ha questo batterio, ma i top racer ce l’hanno sempre, mentre è in meno del 10% dei non atleti”.

Un altro ‘sospettato’ emerso dal progetto è il Methanobrevibacter smithii che fa parte degli archea, tra i microrganismi più antichi conosciuti. Questo in particolare ha un ruolo da ‘spazzino’, che limita l’accumulo di CO2 e idrogeno nell’intestino aiutando tutti gli altri batteri nel proprio metabolismo. Anche in questo caso il M. smithii si trova con più frequenza negli atleti professionisti rispetto alla popolazione generale.

Lo studio, precisa la ricercatrice, è ancora in fase iniziale, e ad esempio non è noto se queste differenze valgono solo per i ciclisti o anche per altri sport. “Quello che stiamo scoprendo può cambiare molte cose – conclude però Petersen -. Se si fa un test e si scopre che manca qualche batterio, in pochi anni ci potrebbe essere una pillola da prendere invece di un trapianto fecale. E penso di poter affermare con certezza che un ‘doping batterico’ arriverò presto”.

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