Dolcificanti artificiali, non sono innocui: il loro impatto sull'intestino

Dolcificanti artificiali, non sono innocui: il loro impatto sull’intestino

18 Febbraio 2022 - di Silvia

I dolcificanti artificiali sono ampiamente utilizzati nella vita quotidiana di molti consumatori. L’idea di fondo è quella di trovare delle alternative al saccarosio, che siano più “salutari” per l’organismo. Ma è davvero così? In realtà ci sono anche degli aspetti negativi che non permettono di definirli innocui per la salute. Un articolo pubblicato sul sito Il Fatto Alimentare cita due diversi studi relativi ai dolcificanti. Il primo è molto interessante perché riguarda le donne in gravidanza. Nel periodo della gestazione spesso si scelgono delle alternative allo zucchero nella convinzione che siano sane tout court. Ma è davvero così?

Lo studio, pubblicato su Frontiers in Nutrition, ha analizzato il rapporto tra l’assunzione di dolcificanti in gravidanza (come stevia e aspartame) e la tendenza all’obesità dei figli. Sebbene le madri non abbiano risentito dell’assunzione di stevia e aspartame, i figli hanno mostrato una precoce tendenza all’obesità e all’accumulo di grasso nel fegato. Analizzando la flora batterica intestinale dei figli, gli studiosi hanno riscontrato che risultava profondamente diversa da quella degli animali di controllo, con più batteri noti per predisporre all’aumento di peso. Un aspetto che non può essere sottovalutato e che ci fa vedere i dolcificanti artificiali sotto un altro aspetto.

Altri studi sui dolcificanti artificiali.

Una revisione di studi, svolta dalla Cochrane Foundation, pubblicata dalla rivista Bmj, ha evidenziato che non ci sono evidenze scientifiche forti di benefici dovuti all’uso di dolcificanti al posto dello zucchero. I risultati hanno mostrato che per la maggior parte degli esiti non ci sono differenze rilevanti dal punto di vista statistico o clinico tra chi è esposto ai dolcificanti, a diverse dosi, e chi non lo è. Non solo. Usare molti dolcificanti artificiali aumenterebbe il rischio di ammalarsi di diabete. Un consumo anche solo di due settimane è risultato associato ad alterazioni importanti della risposta dell’organismo allo zucchero. Lo ha rivelato una ricerca di Richard Young della Adelaide Medical School, University of Adelaide, in Australia.

 

 

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