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Diabete e trippa: glicemia a 139 nonostante lo zabaglione. Oggi nuovo test

Un mio amico che soffre di diabete tipo 2, mi ha raccontato la sua esperienza con la trippa.

Esperienza positiva, che ora vi espongo.

Il mio amico soffre di diabete da anni. Ogni mattina si buca e prende nota del livello glicemico nel suo sangue.

Prende, in varie ore del giorno, medicine prescrittegli dai medici.

Da tempo si è però convinto che decisiva è l’alimentazione.

Essendo un quasi bulimico, raramente riesce a fare tesoro di questa sua convinzione.

Dopo un periodo di valori alti, sopra 200  mg/dl, un mattino ha avuto la felice sorpresa di leggere sullo strumento un numero quasi magico: 96.

Dubbioso, ha rifatto la prova: è venuto 94.

Ha cercato di ricordare cosa avesse mangiato il giorno prima. Pasta, abbondante, a pranzo. A cena, una porzione medio-piccola, quanta ne sta in una tazza da caffelatte per capirci, di trippa.

La pasta, va precisato e vedremo tra poco perché, erano bucatini.

La trippa è proprio la trippa, quel piatto poverissimo che una volta era prerogativa dei poveri.

Ormai le tripperie sono rarissime, quasi sparite. La trippa in macelleria è trattata quasi come una parte di lusso.

I ristoranti la ignorano o ne fanno un piatto ultra chic.

Come Sora Lella, a Roma: è tra i migliori al mondo.

Tanti anni fa non era così. Ricordano i vecchi i lunghi tavoloni di legno, davanti ai quali sedevano folle di anziani, molti con la divisa grigia degli ospizi, cupi e silenziosi.

Ma, avidi, guardavano quelle tazzone fumanti di brodo in cui galleggiavano bianchi frammenti.

Era la trippa, cioè le interiora di mucche e buoi. Era la parte meno nutriente e saporita. Altrimenti, l’avrebbero mangiata i ricchi.

Avanti così per 3 giorni di fila, con valori mattutini poco sopra quota 100.

Il giorno prima stesso menu: bucatini, con vari condimenti, a pranzo. Trippa la sera.

Al mattino, ogni giorno, un po’ di quella divina meraviglia che a Genova chiamano focaccia e a Roma pizza bianca, scaldata nel tostapane.

Nel pomeriggio, visti i meravigliosi risultati, due patatine, oppure un biscotto o due.

Solo un giorno c’è stato un picco a 220: a pranzo non c’era pasta ma una cotoletta di maiale e soprattutto dei buonissimi finocchi al gratin, caldi e morbidi.

Col senno di poi, il mio amico ha avuto conferma che la verdura cotta è una bomba glicemica.

Stamattina, dopo una decina di giorni di esperimenti positivi, era a 140. Ottimo comunque, visto il track-record, ma non in linea.

Ieri sera il mio amico ha mangiato la sua razione di trippa. Ma a pranzo aveva mangiato, come pasta, non i soliti bucatini ma delle farfalle.

Uno dei must della pasta che può mangiare chi ha il diabete è che sia al super dente. I bucatini, ben spessi, resistono bene alla cottura; le farfalle, fragili e delicate come in natura, scuociono subito.

Vedremo domani.

Per oggi il menu prevede spuntature di maiale con verze a pranzo, trippa la sera.

Aggiornamento

Il menu di ieri è un po’ cambiato, con l’aggiunta di una bella tazza di zabaione in cui intingere le fragole.

La sera, per vedere l’effetto della trippa, c’è stata l’aggiunta di una decina di patatine fritte in casa tipo Pai.

Risultato, stamattina, quasi in diretta: 139. 

Oggi è previsto un nuovo test. Pasta, bucatini, con polpette, stile italo americano. E stasera niente trippa.

Per guardare di nascosto l’effetto che fa. Come cantava Iannacci.