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Tutte a caccia di cosmetici bio ed equo solidali: industria che non conosce crisi

ROMA – E’ l’ora dei cosmetici ‘organici’, che contengono fino al 95% di ingredienti naturali, derivanti da coltivazioni biologiche ‘locali’, equo-solidali, controllate e certificate. Flaconi e contenitori sono riciclati o riciclabili e dunque sostenibili. I prodotti di bellezza ‘naturali’, invece, sono differenti da quelli ‘bio’ e vengono fabbricati con estratti vegetali e ingredienti naturali a basso contenuti di sostanze chimiche.

“Che siano organici o naturali, comunque, le aziende cosmetiche stanno eliminando del tutto l’uso di alcuni componenti chimici ritenuti non affini alla salute o all’ambiente: i conservanti parabeni, i derivati del petrolio, alcuni tensioattivi come il sodium laureth sulphate e il sodium lauryl sulphate, gli oli minerali, i sali di allumino e gli ftalati” spiega Amarjit Sahota, presidente di Organic Monitor, società di ricerche di mercato mondiale con sede a Londra, al convegno dedicato ai cosmetici biologici all’interno del Cosmoprof, la fiera della bellezza e del benessere in corso fino a domani a Bologna.

Il bio piace sempre di più ai consumatori e il mercato dei prodotti di bellezza naturali, biologici ed organici ha fatturato circa 14 miliardi di euro nel mondo con un incremento del 4% nel 2010. In Europa sono stati spesi 2.1 miliardi di euro e ci sono circa 200.000 aziende che fabbricano cosmetici organici. Il Paese che spende di più in bellezza ‘organica’ è la Germania (865 milioni di euro, spesa pro-capite 10.5 euro). A seguire L’Italia, la Francia e l’Inghilterra.

Il mercato italiano è di 247 milioni di euro con una spesa procapite di 4.2 euro (dati Organic Monitor/Icea). “I nuovi obiettivi delle aziende che producono cosmetici biologici sono la sostituzione totale degli ingredienti di sintesi, impatto ‘zero’ di anidride carbonica nell’ambiente durante i processi produttivi, packaging ecologici, tracciabilità dell’intera filiera produttiva, che va dalla coltivazione degli ingredienti al confezionamento, l’uso di ingredienti che derivano dal campo alimentare oltre che agricolo e di materie prime ‘locali’, con accordi di certificazione di commercio equo e solidale.

Infine la promozione della biodiversità” precisa Amarjit Sahota. Una missione che sembra andare ben oltre lo scopo di lucro ma che garantisce fatturati in salita a chi definisce le proprie produzioni ‘bio’, ‘eco’, ‘organico’ o ‘equo e solidale’. Chi garantisce la reale adesione a questi nobili principi? In Italia l’Istituto di certificazione etica ed ambientale eco-bio-equo (ICEA-Bologna) certifica 214 aziende produttrici. Aderiscono invece alla associazione francese ‘Cosmebio’ oltre 500 marche. Le organizzazioni italiane, francesi, tedesche ed inglesi si attengono ad alcuni parametri europei, stabiliti dalla Aisbl di Bruxelles, che includono principi di rispetto dei valori umani ed etici nel concedere i bollini di certificazione alle aziende.

Lady V

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