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La fertilità si può congelare, le donne lo fanno in attesa del posto fisso o del vero amore

“Congelamento sociale degli ovociti” o in inglese “social eggs freezing” non per superare un’infertilità, ma per posticipare la maternità quando arriverà il vero amore o un lavoro sicuro. Ecco il perché della parola “sociale”.  In sintesi la pratica consiste nel congelare gli ovuli quando si è ancora piuttosto giovani e gli ovociti hanno buone “potenzialità” riproduttive. Lo scopo è tenerli come riserva per gli anni successivi, quando avere un figlio per vie naturali diventa più difficile.

Anche se solo ora cominciano ad arrivare le primissime richieste di social eggs freezing da parte di italiane, il nostro Paese ha fatto da apripista ed è oggi meta di un turismo sanitario che va al contrario di quello al quale di solito siamo abituati. In Italia, infatti, nel 1997 è nata la prima bambina da ovocita congelato e la legge 40, del 2004, che vietava il congelamento degli embrioni, ha ulteriormente portato a concentrarsi su questa tecnica. E l’interesse non è calato anche quando, nel 2009, la Consulta ha cambiato le regole.

Una ricerca  del Centro di medicina riproduttiva di Leeds, in Inghilterra, ha chiesto a  98 studentesse di medicina e a 97 studentesse di psicologia e di scienze motorie, se sarebbero state disposte a sottoporsi al congelamento degli ovociti per motivi non medici. Età media delle intervistate: 21 anni. Nel primo gruppo, quello delle studentesse di medicina, ben l’80% si è dichiarato disponibile, nel secondo la percentuale è scesa al 40%. Sottolinea Srilatha Gorthy, responsabile della ricerca: «Tra le future dottoresse, la prima ragione per ritardare la gravidanza è il desiderio di far carriera, seguito dal bisogno di stabilità finanziaria e di un partner “fisso”. Tra le future insegnanti, il problema quattrini viene al primo posto, seguito dalla mancanza di una relazione stabile e da motivi professionali».

In un’altra ricerca dell’omonimo Centro di Bruxelles, in Belgio si è chiesto a un gruppo di donne (età media, 38 anni), che avevano già chiesto di far congelare i loro ovuli, i motivi di questa scelta. Al primo posto è stato segnalato il desiderio di allentare la pressione della ricerca dell’uomo giusto (53,3% dei casi); seguivano il bisogno di “assicurarsi” contro il rischio di una futura infertilità e il desiderio di concedere più tempo a se stesse, e al partner, per pensare a un figlio.

Dal punto di vista medico che cosa comporta il congelamento degli ovuli, qualunque sia la ragione per cui si chiede? Risponde Andrea Borini, presidente della Società italiana per la preservazione della fertilità: «La donna deve sottoporsi ad almeno un ciclo di stimolazione ovarica. In una paziente sui 35-40 anni, questo consente la produzione di una dozzina di ovociti, che vengono poi prelevati, per via transvaginale, e conservati in azoto liquido. Oggi abbiamo due tecniche di congelamento: una “lenta” e una più rapida, la “vitrificazione”, più efficace nell’impedire la formazione di frammenti di ghiaccio all’interno della cellula uovo. Gli ovociti possono essere conservati per anni, almeno per una quindicina. Quando si scongelano, una metà circa viene persa; tra i “superstiti” si decide quanti fecondarne e, quindi, quanti embrioni ottenere. Una scelta che ora spetta al medico, con l’obiettivo di fornire la migliore assistenza possibile alla donna». Previsioni di successo? Risponde Borini: «Tra i 35 e i 40 anni, le possibilità di successo di una fecondazione in vitro, in generale, sono del 30% per ogni ciclo; con gli ovociti congelati si scende al 25%. Naturalmente, più l’eta avanza più le percentuali calano».

Da precisare anche che, se la crioconservazione è “social”, si paga. Si possono prevedere circa 800-1000 euro per i farmaci della stimolazione; 300 euro per la conservazione annuale; 3.000 per il prelievo.

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