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Cosa ci "ammala", l'ambiente o il Dna? Parte in Usa la "ricerca del secolo"

Geni, ambiente e salute:gli Stati Uniti sono alle prese con una maxi ricerca per studiare le correlazioni tra questi tre elementi e fare crescere una vera “classe di ferro” – Lo screening riguarderà 100 mila bambini, monitorati dal concepimento al 21esimo anno di età – I protagonisti saranno i nati tra il 2010 e il 2014

Ci si nasce o ci si diventa?Bambini malati: colpa dell’ambiente o del Dna? Lo sapremo tra una generazione è la risposta non sarà un’opinione ma un dato scientifico, la risultante della “ricerca del secolo”. Secondo il nuovo piano che verrà avviato in 105 centri specializzati in tutto il territorio americano, circa 100 mila piccoli verranno monitorati dal concepimento al 21esimo anno d’età. I protagonisti dello screenig del National Children’s Study saranno i nati tra il 2010 e il 2014.

Obesità, diabete e autismo sono legati all’inquinamento o all’esposizione agli acari della polvere, oppure ancora alla tv? Per rispondere a domande come questa, gli Stati Uniti sono alle prese con un’indagine a metà tra profilo genetico e impatto ambientale sull’uomo per cercare di capire come si fa crescere una “classe di ferro”.  Gli strumenti studiati ad hoc dagli esperti variano dalle interviste telefoniche alle visite sistematiche, passando per la schedatura dei campioni di sangue, unghie, urine e test di valutazione del comportamento.

Il ritratto della prima generazione del ventunesimo secolo verrà presentato nel 2025 e da alcuni è stato già ribattezzato come l’esperimento del secolo, paragonabile a un progetto della Nasa sullo spazio.

I costi? Il budget di partenza è di 6,7 miliardi di dollari, ma sembra che per aiutare le ricerche del National Children’s Study la cifra crescerà ancora. Il progetto in realtà non è nuovo: era stato presentato dal Congresso nel 2000, quando alla Casa Bianca c’era Bill Clinton, poi George W. Bush aveva fatto “abortire” il piano. A rispolverarlo è stato il presidente Barack Obama che, d’accordo con il direttore dei National Institutes of Health, Francis Collins, ha voluto accogliere la sfida di tracciare un ponte tra ambiente, geni e salute.

A fare spegnere riflettori ed entusiasmo per lo studio potrà essere solo la mancata o scarsa risposta delle mamme al reclutamento multilinguistico dei funzionari del governo. Questi ultimi, per farsi capire e soprattutto seguire, parlano anche in russo, nepalese e urdu. Per i primi passi dell’indagine le donne in gravidanza sono ancora un po’ scettiche: a spaventarle forse i troppi esami – ogni trimestre- che non risparmiano nemmeno il padre del nascituro.

Modalità a parte, il problema che si apre però è di natura deontologica: cosa faranno i medici quando scopriranno i segni di una malattia futura? Faranno ricorso alle cure preventive o aspetteranno? Sarà una sorta di selezione naturale? Per Umberto Veronesi, direttore scientifico dell’Ieo di Milano, si tratta di una ricerca coraggiosa, anche se ancora gli obiettivi non sono molto chiari.

«È probabile che si raggiungeranno risultati attendibili e statisticamente significativi perché se anche tre quarti dei centomila bambini si perdessero di vista, i rimanenti sarebbero già un buon campione».

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