Cosa resta dell’8 marzo nell’anno del bunga bunga

Cosa resta dell’8 marzo nell’anno del bunga bunga

ROMA – L’8 marzo è, quest’anno forse più di altri anni, l’occasione per fare il “punto della situazione”. Il 2011 è infatti l’anno del bunga bunga, ma anche delle quote rosa che arrivano in Parlamento. Proprio su questo punto si concentra l’attenzione dell’economista Myrta Merlino in un editoriale pubblicato in prima pagina dal Riformista.

In questi giorni le Camere voteranno la legge che obbliga le imprese ad arrivare almeno al 20% di presenze femminili tra i propri amministratori. La Merlino è d’accordo con la proposta, che divide da sempre anche le donne dello stesso schieramento politico e orizzonte culturale. Merlino ricorda un recente faccia a faccia televisivo tra la segretaria Cgil Susanna Camusso e la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, con la prima che invitava la seconda a sposare la causa delle quote rosa in azienda.

La Marcegaglia in quell’occasione espresse un dubbio condiviso da molte: e se l’obbligo di inserire donne nei cda diventasse solo un modo di includere amanti, mogli e figlie nelle aziende dove a comandare saranno sempre e solo gli uomini? “Anch’io temo la fioritura di un nuovo nepotismo, e tuttavia per procedere attraverso il pack artico ci vuole un rompighiaccio. Ci staremo attente e, se non funzionerà, torneremo indietro. Ma intanto partiamo”, scrive Merlino.

Impossibile non parlare delle donne al tempo del bunga bunga: “Al di là delle questioni penali – continua Myrta Merlino -, oggetto del processo del 6 aprile, il fenomeno delle arcorine e delle loro plaudenti famiglie (madri, padri e fidanzati in testa!) può costituire materia di discorso pubblico. Che senso ha invocare la meritocrazia se poi si scopre che un neurochirurgo guadagna molto meno di Ruby? Che senso ha parlare della parità tra i sessi se poi restano i gap salariali e il potere rimane maschile fino al punto da trasformare in maschi in gonnella anche le poche donne che sfondano?”.

“Se a capo della Fiat ci fosse una donna capace (nel mondo ne esistono), certamente non lavorerebbe tanto quanto Marchionne magari perché qualche ora per la cura delle persone care cercherebbe di trovarla. Sarebbe un limite aziendalmente parlando? E chi lo sa? Certo, non monopolizzerebbe fallocentricamente 53 riporti diretti (ovvero 53 superdirigenti che devono sottoporre a lui ogni decisione) suscitando l’aperto sconcerto del presidente della Chrysler e quello sussurrato di chi lavora al Lingotto. Scommettere sulla dignità e il potere delle donne, per dirla con gli economisti, aiuterebbe a porre rimedio ad alcuni fallimenti del mercato per poterlo rilanciare. Anche perché come ricorda Ignazio Silone «il destino (specie quello delle donne) è un invenzione della gente fiacca e rassegnata»”.

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