Make-up da artista: Cindy Sherman in 3 spiazzanti autoritratti per Mac Cosmetici

Make-up da artista: Cindy Sherman in 3 spiazzanti autoritratti per Mac Cosmetici
ROMA – Definire Cindy Sherman non è facile. L’artista americana negli anni ha raccontato tabù e convenzioni sociali usando la fotografia e se stessa come mezzo espressivo: non semplici autoritratti, ma vere messe in scena, racconti di personaggi artificiali, costruiti da zero. La forza della sua arte – dice la Sherman – sta nella consapevolezza di come ciascuno sia il prodotto di ciò che lo circonda e delle scelte che fa, inconscie o meno: l’apparenza, il come si viene percepiti, è fondamentale per relazionarsi e capire la personalità di chi si incontra. E giocare con queste percezioni, sovvertendole, è ciò che più l’affascina. La decisione di Mac (marchio internazionale di make-up) di affidarle l’ultima campagna stampa ha la sua ragione d’essere proprio nell’uso spiazzante che lei ha fatto del make-up nelle sue opere. D’altronde, si parla di un marchio che ha avuto testimonial come Boy George e Pamela Anderson, il che conferma la volontà di percorrere strade diverse dagli altri nella comunicazione.
Cindy ha ideato tre immagini di donne, una per ciascuna tendenza, e per prepararsi ha passato giornate nei loro store, imparando l’aspetto più scientifico del make-up, dall’uso dei pigmenti ai gel, dalle mischie agli effetti che si ottengono.
Il suo rapporto con i misteri del make-up inizia quando, a 13 anni, per andare a Manhattan con le amiche si dipingeva di nascosto il volto con le tempere (i genitori le proibivano di truccarsi), ritrovandosi, a fine giornata, con scaglie di colori che le cadevano dalla faccia, come fosse un muro scrostato. Alle superiori aveva potuto dare sfogo alla passione, esagerando senza remore, persino quando era a letto malata, anche se le compagne la criticavano. Ma le cose cambiano all’università, di colpo truccarsi è fuori moda, tutto deve essere naturale. Cindy si rassegna alla nuova tendenza, per riprendere in mano fard e ombretti solo una volta terminati gli studi e trasferitasi definitivamente negli anni ’70 a New York.
Per le sue prime serie di autoritratti impiega il make-up in maniera tradizionale, teatrale, e le ci vogliono anni per capire come, al di là dell’uso puramente estetico, ce ne può essere uno più pittorico e meno convenzionale: per esempio creare ombre e sfumature con il volto a fare da tela. Li adopera così, ricoprendo e alterando il viso fino a renderlo invisibile, per lasciare in vista solo il personaggio che interpreta in quel momento.
Nella vita di tutti i giorni ormai si trucca solo quando va a qualche festa o cena; ama pensare che la Cindy truccata sia un alter ego di quella di ogni giorno: le piace, di sera, l’effetto che la luce artificiale crea sul suo volto, il fatto che, tra cosmetici e abiti, possa costruirsi una nuova, scintillante se stessa. Riguardo alle immagini create per Mac, di una cosa era sicura sin dal principio, e cioè che sarebbero state completamente diverse da qualunque campagna cosmetica mai fatta. Su questo non ci sono dubbi.
(di Serena Tibaldi, pubblicato su Velvet n° 59, Ottobre 2011)

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