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Caster Semenya, atleta ermafrodita, torna a vincere: una donna… “con gli attributi”

ROMA – Dopo le polemiche sulla sua partecipazione alle gare femminili dei Mondiali di atletica di Berlino 2009 e lo stop di 11 mesi imposto dalla federazione internazionale per la sua dubbia sessualità, Caster Semenya è tornata a vincere sbaragliando le concorrenti.

L’atleta ha, infatti, conquistato un’impressionante doppietta nei campionati africani, vincendo gli 800 e i 1.500 metri, proprio nel momento in cui si sta preparando a difendere il suo titolo sul doppio giro di pista ai Mondiali di atletica 2011.

Del resto, già a settembre, subito dopo il suo ritorno sulla scena sportiva, Caster aveva annunciato: «Non mi interessa cosa dicono gli altri, mi concentro solo sul futuro, sui Giochi del Commonwealth e sull’Olimpiade di Londra del 2012 per difendere il titolo mondiale».

La sua ambizione deve essere stata presa sul serio, dal momento che il Comitato olimpico internazionale (Cio) ha accettato di adottare nuove regole riguardanti eventuali casi di atlete con livelli eccessivi di ormoni maschili.

Il capo della commissione medica del Cio, Arne Ljungqvist, ha reso noto che il Comitato promulgherà un regolamento per determinare il diritto di competere delle donne con “iperandrogenismo”, proprio per evitare che il caso della giovane Semenya si ripeta.

Più che la sua innegabile forza fisica, ciò che Caster ha mostrato al mondo in questi anni è stata la sua forza psicologica. Non dev’essere stato facile per una ragazza di 20 anni (18 all’epoca dei Mondiali di Berlino) vedersi sbattuta in prima pagina, non per i propri meriti e talenti, ma per una condizione naturale già difficile da accettare.

I suoi organi genitali per mesi sono stati oggetto di un dibattito tanto accanito, quanto privo di tatto: dissero che non aveva ovaie, ma testicoli nascosti, sottolinearono con morbosa curiosità il suo 46 di piede o l’assenza di seni femminili sul suo petto, e la descrissero, insomma, come una sorta di “freak”, accusandola di aver rubato la vittoria alle altre donne in gara, quelle “vere”.

Ma l’atleta sudafricana (nata e vissuta in un villaggio di case di fango, Ga-Masehlong, dove giocava a pallone con i maschi) non ha ceduto, si è lasciata scivolare addosso insulti e battutine senza mai perdere le staffe o piagnucolare come forse i benpensanti si sarebbero aspettati da una “femmina”. Dimostrando, così, che Caster Semenya non è una ragazzina, ma una donna (metaforicamente parlando) “con le palle”.

«Essere forti fisicamente non basta, serve anche esserlo mentalmente. C’è bisogno di molta concentrazione e di molta pazienza» ha ammesso anche lei, sottolineando (come avrebbe dovuto essere chiaro a tutti fin dall’inizio): «Sono un essere umano, una persona e nient’altro».

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