Wikileaks: matrimoni a base di vodka e pistole in Daghestan. Diplomazia Usa stupita

Wikileaks: matrimoni a base di vodka e pistole in Daghestan. Diplomazia Usa stupita

I matrimoni in Daghestan sono un affare complicato. Questa frase inusuale potrebbe essere l’incipit di un romanzo moderno. Più semplicemente si tratta di dispaccio americano inviato dall’ambasciata americana a Mosca a Washington. Oggetto dell’informativa riservata: un matrimonio caucasico. Una tale banalità al centro degli interessi di Washington, com’è possibile? Eppure, una cerimonia di questo tipo può rivelare preziose informazioni, oltre che un gustoso saggio di tradizioni lontane ed esotiche.

«Il 22 agosto abbiamo partecipato – inizia la nota – a un matrimonio a Makhachkala, la capitale del Daghestan. Il figlio di Gadzhi Makhachev, membro della Duma [il parlamento russo] e presidente di una compagnia petrolifera, ha sposato una sua compagna di classe. La sontuosa ostentazione e l’enorme quantità di alcolici celano la politica, terribilmente seria, del Caucaso del Nord, fatta di etnie, clan, alleanze. La lista degli invitati comprendeva l’organigramma del potere nel Caucaso, incluso il presidente della repubblica cecena, Ramzan Kadyrov, mettendo in evidenza quanto la politica della regione possa essere personalista. Fine del riassunto».

Se la storica iniziativa di Julian Assange ha portato dei benefici, uno di questi è senz’altro la lettura di questo gioiello di antropologia contemporanea. La più sfrenata fantasia, un genio balcanico con un gusto felliniano, non sarebbe riuscita a immaginare, non solo i dettagli, ma perfino il contorno di questo barocco, degradato, esaltante matrimonio. Solo nei matrimoni del Daghestan, e in pochi altri posti al mondo, il padre dello sposo deve invitare gli ospiti che arrivano alla spicciolata a non sparare colpi di arma da fuoco durante le celebrazioni. Politesse oblige.

Tre giorni, tanto dura un matrimonio da queste parti. Il primo giorno dedicato alla famiglia dello sposo, il secondo alla vera e propria celebrazione – sontuosa e distruttiva come un potlach, l’ultimo alla famiglia della sposa. Durante questo tempo, uno stuolo di cuochi, camerieri, sommelier non hanno avuto sosta nel rifornire i convitati. «I cuochi – recita il dispaccio – sembravano occupati a far bollire intere pecore e intere mucche da qualche parte in un calderone, scodellando frammenti di carcassa non appena qualcuno varcasse la sala». Mentre la gente mangiava e beveva (soprattutto beveva) il padrone di casa, gelosamente protetto dalle sue guardie del corpo, faceva brindisi con tutti i presenti (per un totale, secondo le stime di Gadzi di centoquaranta brindisi). Mancare un brindisi con un ospite sarebbe stato, nella montagnosa repubblica del Daghestan, un grave insulto che la memoria, tenace come l’odio, non cancella. Le faide più sanguinose possono cominciare anche per questioni di minor importanza. In fondo in Calabria, non al di là degli Urali, ci sono famiglie che si sono sterminate per il furto di una pecora.

A questo matrimonio la alta società caucasica non è voluta mancare. Tutto il potere che conta, tranne poche eccezioni, si è dato appuntamento al matrimonio. Poco importavano gli sposi, ridotti al rango di “showpiece” (oggetti in esposizione). Ci sono posti dove bisogna essere, altrimenti non si è nessuno. Questo era uno di quelli. Perfino il presidente della Repubblica del Dagestan ha tenuto a telefonare personalmente al padre dello sposo.

Intorno ai tavoli poi si sono ritrovati i capi clan, le personalità dello spettacolo, i militari, i petrolieri tutto quello che conta in quest’alta società del Dagestan così particolare. Per dirla in due parole: un establishment fradicio di vodka e spesso armato, o come dice il diplomatico americano «un milieu in cui la persona altamente istruita e quella armata fino ai denti possono mescolarsi facilmente, a volte, anzi spesso, nella stessa persona». Di fatti, in questa serata altamente sorvegliata dalla polizia e dalle milizie private, con cecchini appostati nei palazzi adiacenti alla sala, l’unica persona in grado di intimidire i diplomatici USA è stato il rettore dell’Università del Dagestan. Il luminare, totalmente ubriaco, incapace di tenersi in piedi, tirando fuori una pistola automatica chiedeva, con biascichii da sbronzo, ai delegati americani se avessero bisogno di protezione.

La più grande attrazione della cerimonia è stato l’arrivo del presidente della Repubblica Cecena, Ramzan Kadyrov, un uomo accusato di aver ordinato omicidi, torture ed agguati. Come solo le grande star possono farlo in queste lande caucasiche, il suo ingresso è stato preceduto da una dozzina di mujaheddin armati. Dopo di questi, entrava Kadyrov, vestito in jeans e maglietta, che portava, come dono di nozze, cinque chili di pezzi d’oro grezzo.

Dollari, vodka e pistole e in sottofondo il ritmo composto e esotico della legzinka, la danza tradizionale caucasica. La diplomazia è fatta anche di questo e noi non possiamo che ringraziare Julian Assange per avercelo fatto sapere.

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