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Caso Ruby, il dubbio amletico di Fini sul conflitto di attribuzione

Roma – Fini tra l'incudine e il martello, domani però dovrà decidere e chiudere la partita. Far decidere l'aula di Montecitorio sul conflitto di attribuzione per Silvio Berlusconi o esprimere il suo diniego nei confronti della richiesta dei capigruppo di Pdl, Lega e Responsabili? Un dubbio amletico che ormai attanaglia il presidente della Camera dallo scorso 3 marzo quando la maggioranza aveva ufficialmente chiesto, con una lettera indirizzata direttamente all'Ufficio di presidenza, che fosse l'aula di Montecitorio a sollevare con voto il conflitto fra poteri dello Stato "a tutela delle prerogative della Camera". Avuto parere positivo dalla giunta per la Autorizzazioni a procedere e ascoltate le relazioni tecniche e non di merito dei membri della giunta del Regolamento, che a maggioranza hanno praticamente confermato che spetta all'Ufficio di presidenza l'ultima parola, Fini si ritrova esattamente nella stessa posizione in cui era il 3 marzo. Non esiste un regolamento interno a Montecitorio che si esprima chiaramente in casi come quello di Silvio Berlusconi, dove si chiede di sollevare un conflitto di attribuzione direttamente con il voto dell'assemblea senza che ci sia un effettivo scontro tra poteri (Tribunale dei ministri e Procura di Milano) e bypassando l'Ufficio di presidenza, senza per altro esserci un reato giudicato ministeriale. La decisione della terza carica dello Stato non potrà quindi poggiare su precedenti simili o su una regolamentazione chiara e precisa, tanto è vero che indipendentemente dal caso Ruby Fini ha dato mandato a due relatori, membri della giunta per il regolamento, di aprire un'istruttoria con proposte emendative per definire "in modo più compiuto ed esplicito la disciplina in materia di conflitto di attribuzione". A questo si aggiunge il pregiudizio, ombra dietro le spalle del leader di Fli. Se Fini dovesse negare il passaggio in aula sarebbe accusato dalla maggioranza di vendetta nei confronti del premier, essendo ormai iscritto nella lista nera del partito come colui che tradì il grande progetto del popolo delle libertà. Avendo scelto a Milano di abbandonare la presidenza di Fli per onorare completamente la carica di presidente della Camera, domani l'ex leader di An, delfino di Almirante, se dovesse dire 'no' a Cicchitto, Reguzzoni e Sardelli dovrà farlo dimostrando che la decisione presa è veramente dettata dall'imparzialità della sua carica, come atto di garanzia dei deputati che rappresenta. Ma l'ombra della vendetta sarà dura da allontanare. Altrimenti si potrebbe scegliere la strada più semplice, un atto di superiorità, come lo definiscono in molti: per evitare ogni discussione e guerre mediatiche, il presidente della Camera potrebbe concedere quanto chiesto e lasciare all'emiciclo il compito di decidere sulla nipote di Mubarak.

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