L’altra faccia dello stare soli…

L’altra faccia dello stare soli…

Beata solitudo, sola beatitudo”, si recitava una volta. Oggi, invece, della solitudine abbiamo soprattutto paura. Ma accanto ad una solitudine “buia”, indesiderata e subita, può esserci una solitudine “luminosa” apprezzata e ricercata. I cosiddetti “solitari” non sono necessariamente dei soggetti “disturbati” affetti da qualche strana patologia mentale. Ma da sempre la parola solitudine ha evocato vissuti di chiusura, di disagio psichico, di sofferenza interiore. Questa solitudine è stata spesso associata ad una sorta di comunicazione strangolata, impedita, bloccata: una “solitudine luttuosa” come dire.


La doverosa attenzione a questo lato oscuro e distruttivo della solitudine ha, tuttavia, spesso lasciato in ombra il fatto che esiste anche un’altro lato del fenomeno: una solitudine gratificante, creativa, una solitudine che non possiede connotazioni disadattive.


Questa polarità positiva ha trovato esaltazione in una lunga tradizione culturale, comune al mondo antico, biblico, greco-romano e medievale, e poi rimbalzata fino a noi nel celeberrimo “beata solitudo, sola beatitudo”.


La posizione degli psicologi riflette queste due polarità. Da un lato, molte interpretazioni si ispirano all’orientamento pragmatista di gran parte della psicologia sociale nordamericana del novecento, che pone al centro i processi di adattamento dell’individuo all’ambiente. In questa prospettiva, l’isolamento, la scarsa propensione alla socializzazione ed il ritiro in sè vengono interpretati come sintomatici di sofferenza psicologica. La valorizzazione della socialità sembra trovare supporti anche dal punto di vista neurofisiologico: secondo alcuni studiosi, infatti, le strutture limbiche e neocorticali si sarebbero differenziate – nel corso dell’evoluzione-  per funzioni opposte a quelle della solitudine e dell’isolamento.


Un punto di vista contrario trova sostegno, per contro, sopratutto nella corrente della psicologia umanistica, indirizzo che si caratterizza per una rivalutazione delle componenti più spiritualistiche dell’uomo e per tutti quei fattori che possono contribuire alla sua “autorealizzazione”.


I maggiori esponenti di questo indirizzo tra cui figurano personalità come Carl Rogers e Abrham Madlow contrappongono alla società chiassosa e superficiale la “capacità di star soli”, quale elemento caratterizzante della persona pienamente realizzata. Per questa corrente di pensiero, gli individui vivono i contatti, le relazioni, gli obblighi (e talvolta anche gli svaghi) come appuntamenti fastidiosi e pesanti, avvertendo il bisogno continuo di privacy, di rintanarsi nel proprio giardino segreto, nel cui prato non passeggiano intrusi.


Questi soggetti più votati al ritiro sociale manifestano talvolta espressione di potente fastidio di fronte a molti obblighi sociali. Tendono a far crescere con coscenziosità silente e riflessiva la propria vita interiore, ricercano l’abitudinarietà e prediligono il rapporto profondo con se stessi.


Rammento un romanzo di un autore danese, Knut Hamsun, premio Nobel per la letteratura nel 1920. L’autore pubblicò un testo dal titolo “Fame” che resto un po’ storico nella letteratura danese dei primi del novecento.


Ricordo che lo lessi un estate di parecchi anni fa, ricordo il fluire di questa narrazione lenta e scivolante nei meandri articolati della mente. Ricordo la magistrale descrizione che Hamsun fece dello smarrimento dell’essere umano di fronte all’incubo della modernità, al dover a tutti i costi fare i conti con …. gli altri! Il protagonista del romanzo si aggirava senza posa per Cristiania, l’attuale Oslo. E’ una narrazione di stati interiori che il protagonista ricerca, d’istanti che si autodedica quotidianamente con certosina ricerca del sé…. Solo adesso dopo molti anni ripesco nella memoria quel romanzo: frutto forse della mia amata solitudine di questi istanti davanti ai tasti di una vecchia macchina da scrivere? Probabilmente si…

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