L’arte per la strada: un tronco gigante davanti alla Gam

L’arte per la strada: un tronco gigante davanti alla Gam

Sul giornale di ieri la notizia dell’addio alle tre torri di Pomodoro alla rotonda Maroncelli: la manutenzione costa troppo.L’ultima volta che ci eravamo sentiti, con Giuseppe Penone, era per 22la notizia dell’albero fulminato del cortile di Anna Frank. Il proprietario aveva pensato di donare alcuni di quei frammenti simbolici ad alcuni musei ebraici del mondo, ed uno al Kroller Muller, in Olanda, che già possiede alcune opere importanti del maestro piemontese dell’Arte Povera: perché fosse proprio lui a elaborare quel pezzo fulminato di memoria storica. Era un giorno di celebrazioni, a Parigi, di legion d’onori e cene ufficiali, il cellulare spento. Il giorno dopo la sorpresa: certo l’iniziativa era ottima, ma nessuno, dopo la notizia ufficiale, aveva pensato di avvisare l’artista. Ed ancora oggi: nulla. «Anch’io mi sono interrogato su questa stranezza, ma, ovvio, non mi sono fatto avanti. Certo che l’idea dell’albero di Anna Frank mi attrae, ma dovrei vedere di che pezzo si tratta, e come potrei intervenire».

È commovente pensare che fosse l’unico bordo di mondo vivente, che lei potesse spiare dal suo nascondiglio… «È vero, però lavorare sulla retorica della memoria non è nelle mie corde». Strano comunque, questo mondo dell’arte: dar la notizia prima di consultare l’artista. E quanto alla retorica (dell’Avanguardia di Stato, quasi littoria) tutti a incantarsi per il ditone di Cattelan. Possibile che nessun vero artista dica qualcosa? «A me non stupiscono queste reazioni, è ovvio che Cattalan lavora per il clamore, la sua è un’opera fatta per i media, non c’entra nulla con la ricerca dell’arte, la poetica. Qualcosa di pubblicitario e basta. Forse un giorno potranno attribuirle significato o valore, oggi non è altro che un gesto furbo». E la critica dietro… «Penso che se le aste non lo avessero sollevato a quelle cifre, la critica nemmeno si sarebbe accorta di lui». Ma come, se ci sono persino i supporter iconologici, che scopron che non è il dito del fuck off, ma l’ultimo residuo d’una mano tesa nel saluto fascista. «Penso solo questo, che quel segno furbo non esiste altro che in quella piazza, in quella Milano, di fronte a quella Borsa, dunque quella furbizia è anche il suo limite, la sua debolezza. Un’opera d’arte, che se ne stia in un museo, che te la porti in casa, o in strada, rimane un’opera d’arte».

Veniamo adesso ad un segno simbolico, in un luogo più sensato, come la Gam di Torino. Un altro suo albero, ricreato per il 2011. «Me l’ha chiesto Danilo Eccher, il direttore, ma non per il Museo, per la città. In occasione del 150° dell’Unità d’Italia, la Fondazione De Fornaris vuole lasciare un segno, una traccia d’omaggio». Dunque il suo albero non starà nel sacro circuito del Museo. «No, sarà all’entrata, alla soglia, anzi, diventerà una sorta di portale per introdurre alla Galleria». In modo quasi protostorico, una sorta di dolmen imponente. «L’idea mi è venuta in un bosco, guardando un albero magnifico, che aveva inglobato in sé, quasi inglobato, avvolgendolo di radici, un masso naturale. Ho conservato quel gesto avvolgente, prima di passare alla fase ulteriore, di fusione del bronzo. L’albero, con le sue radici intatte, sarà sollevato da terra, a tre metri e più, appoggiandosi a un blocco di marmo in verticale, che fungerà da portale». Dunque l’albero come una sorta di trabeazione romanica, che permette al visitatore di transitarci sotto e di varcare una soglia simbolica. «Direi proprio che è una trabeazione, che si sostiene da sola, senza poggiare su un’altra colonna. In un’aiuola parallela ci sarà un albero vivo, che fonderà le sue fronde con quello di bronzo, mescolando rami e radici». E miscelando il mondo minerale, vegetale e animale: che passa ma lascia il segno. Com’è costume di Penone, par di capire che l’uomo interverrà sul marmo, per renderlo più naturale. «Sì, lavorerò le vene del marmo, per sottolineare il legame con quelle del tronco. E l’alberello alla sua destra non avrà una funzione strutturale, di sostegno, ma di solo decoro». Come nella scultura antica, la «piega» del Barocco, cara a Deleuze. «Pensiamo ai drappeggi del mondo classico. Paiono sostenere il marmo, in realtà la loro funzione è tutta illusoria».

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