A lezione con Carlo Scarpa

A lezione con Carlo Scarpa

La presentazione del libro è oggi, giovedì 7 ottobre, alle ore 18, al Foyer Galleria 1 del MAXXI. Con i disegni (esposti alla Sala Studio Centro Archivi) viene proposto anche il filmato “Carlo Scarpa. Una lezione di architettura”, prodotto dal MAXXI Architettura partendo da un’intervista di Scarpa alla RAI, del 1972. La mostra resterà aperta fino al 7 novembre 2010.

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Carlo Scarpa, il professore della punta al lapis
di Anna Foppiano, da A505, settembre 2010

L’insegnamento di Carlo Scarpa allo IUAV ha i tempi lunghi di una vita: chiamato dal suo maestro Guido Cirilli al momento dell’istituzione della scuola, nel 1926, ci resterà per i successivi cinquant’anni, come assistente prima, professore di ruolo poi, e infine anche come direttore, dal 1972. Un frammento significativo, reale e vivissimo di questa sua attività così importante, dal punto di vista disciplinare ma anche umano, è contenuto nelle pagine di “A lezione con Carlo Scarpa”, il libro-documento che Franca Semi, sua allieva e poi collaboratrice (unica donna!) a scuola e in studio, non ha avuto fretta di pubblicare, prendendosi invece tutto il tempo necessario per trovare la formula, e il momento, più adeguati. Il “pezzo di storia” che la Semi ha conservato per più di tre decenni, relativo all’attività didattica di Scarpa nei suoi ultimi due anni di insegnamento (1974-1975 e 1975-1976), è costituito da 23 registrazioni audio su cassette, ora pazientemente trascritte, e 21 grandi schizzi a carboncino (le fusain) su carta pesante (da scene, sempre per utilizzare termini adeguati alla precisa tassonomia scarpiana degli strumenti da disegno).Siamo nel periodo iniziale e discretamente caotico dell’università di massa (la legge che ne liberalizza l’accesso è del 1969), e anche Scarpa, con un dispiacere che non perde occasione di sottolineare, deve rinunciare alle revisioni individuali al tavolo da disegno e adeguarsi alle lezioni ex cathedra. Con una capacità organizzativa che riesce a superare l’agitazione febbrile dell’aula, la presenza intimidente dello stesso Scarpa (che accetta l’iniziativa ma certo non la agevola) e gli scarsi mezzi tecnologici a disposizione, la Semi registra sistematicamente la voce del suo maestro e, alla fine di ogni lezione, stacca dalla lavagna i grandi disegni che hanno accompagnato lo svolgimento dei suoi pensieri. Caratterialmente e visceralmente antiaccademico, Scarpa è un insegnante formidabile, genialmente provocatore, sarcastico e spesso politicamente scorrettissimo, conservatore ma insofferente alle burocrazie (che, come spesso ironizza, trovano una diabolica e ottusa sublimazione nei regolamenti edilizi). Impregnato in ogni fibra della materia che è chiamato a trasmettere, sprona gli studenti e con i suoi lapis appuntiti li inchioda non solo metaforicamente ai tavoli da disegno e alle loro responsabilità. L’intima forza dell’insegnamento di Scarpa sta principalmente nel travaso continuo di idee che riesce a creare tra la sua esperienza di progettista, ponderatissima e sofisticata, e gli argomenti del corso e delle esercitazioni. Per questo le sue lezioni, continuamente attraversate e interrotte da divagazioni su arte, letteratura e società, oltre che dai suoi sproloqui da osservatore polemico e disincantato del mondo, rilette oggi sono anche un documento eccezionale per la comprensione della sostanza reale della sua architettura. Un altro regalo che ci fa questo libro densissimo di umore e di amore per il mestiere del costruire.

www.maxxi.beniculturali.it
www.fondazionemaxxi.it/it/schede/a-lezione-con-carlo-scarpa
www.ciceroeditore.com
www.carloscarpa.it

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Palazzo Tron, IUAV, 30.1.1975.
Tra i temi dell’esercitazione del corso 1974-1975 c’è una casa in Campazzo dei Tolentini, di fronte allo IUAV, il cui ingresso era stato ridisegnato dallo stesso Scarpa. Da qui partono alcune divagazioni – degne di “un’anima crudele da Cesare Borgia” – sul conficcare chiodi sui muri per proteggerli da vandalismi, che gli ricordano il “pozzo a rasoio” (“alla Buñuel”) del Castello di Dozza (Bologna). A destra, schizzi della Casa Ottolenghi di Bardolino.

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Palazzo Tron, IUAV, 30.1.1975
Qui si parla dei margini tra architettura e cielo, e più in generale della “conclusione” della forma architettonica. Negli schizzi, il Seagram Building di Mies van der Rohe che, pur considerato da Scarpa “architetto meraviglioso”, lo ha progettato come “una cosa che non finisce”. Per contrasto, Scarpa disegna il coronamento del Fondaco dei Tedeschi messo in vibrazione dalla luce del sole; e l’estradosso dell’arco della Tomba Brion di San Vito d’Altivole.

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Tolentini, IUAV, 23.1.1976
Per il corso dell’anno accademico 1975-1976 Scarpa, che si lamenta ironicamente di dover fare per la scuola anche “il trovarobe di architettura”, propone un tema su cui egli stesso sta lavorando (“non si sa mai che qualche vostra ideuzza mi possa illuminare di più la mente”): il progetto del Museo Civico nell’ex Convento di Santa Caterina a Treviso. Nel corso dell’anno parlerà quindi ripetutamente di edifici e di allestimenti museali, realizzati da altri e naturalmente anche suoi. Gli schizzi si riferiscono in questo caso alla famosa sistemazione della statua di Cangrande della Scala nel Museo di Castelvecchio, a Verona: l’alto basamento è disegnato da vari punti di vista. In basso, un dettaglio delle mura merlate del castello.

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Tolentini, IUAV, 18.2.1976
Nel febbraio 1976 due incontri consecutivi sono quasi interamente dedicati alla Tomba Brion: nelle sue lezioni Scarpa utilizza le proprie realizzazioni come paradigmi per addentrarsi, e trasmettere, i criteri di concezione di un’opera di architettura, le metodologie progettuali, il senso dei materiali e le tecniche costruttive. Spesso si serve delle diapositive dell’assistente Guido Pietropoli, che nel gioco delle parti diventa suo occasionale capro espiatorio (“Ecco una fotografia che non si dovrebbe mai presentare: è un effetto che ha voluto il signor Pietropoli per vedere stranamente in quel punto”). Va detto per inciso che Carlo Scarpa coltivava un combattuto scetticismo nei confronti del mezzo fotografico. Tornando alla Tomba Brion, in questo disegno sono facilmente leggibili la planimetria generale e, in alto, alcuni particolari del muro di cinta. In February 1976 two consecutive lectures were devoted almost entirely to the Brion Tomb.

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Tolentini, IUAV, 19.2.1976
Ancora schizzi relativi alla Tomba Brion. I numeri che si intravvedono, riferiti al muro del tempietto, derivano da un discorso sul ritmo dei pieni e dei vuoti di una parete, in relazione al suo spessore e all’effetto visivo che si vuole ottenere. Questo disegno è anche un buon esempio per capire come il tratto a carboncino su carta pesante permettesse a Scarpa di tracciare schizzi veloci e fare spesso delle cancellature, utilizzando la tavola come una specie di palinsesto. In alto, l’arco tombale con sullo sfondo il muro di cinta e, sulla sinistra, “la signora in gramaglie”. Sotto a sinistra, le sagome degli “abeti pendula” (“Siccome è una pianta piana, non è gonfia, per entrare devo aprire queste erbe, queste fronde, devo fare lievemente così e allora mi serve come una porta, mi dà un senso di rispetto […] È un varco, è l’ingresso a tutto il sistema che vi ho spiegato, e da questa parte si intravvedono le cose del vecchio cimitero”). Sulla destra un messaggio subliminale: “Caran D’Asche”.

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