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Shahtoosh: quando la fiera della vanità uccide l’ecosistema

ROMA- Che i tessuti in lana di cashmere siano soffici e preziosissimi è una nozione risaputa fin dal XVIII secolo, quando i primi capi di questo tessuto sono arrivati in Europa. Per raccogliere il prezioso pelo, viene eseguita una pettinatura manuale del mantello della capra hircus, durante la primavera.

Esiste però un tessuto ancora più morbido e prezioso del cashmere, lo Shahtoosh, che proviene dall’antilope tibetana. Quello che però non viene reso noto quanto si dovrebbe, è che a differenza di quanto accade con il cashmere, per ottenere il pelo Shahtoosh è necessario uccidere l’antilope.

Quelle sciarpe soffici e delicate che arrivano a costare anche 15.000 euro a seconda della grandezza o lunghezza non sono altro, dunque, che “scialle insanguinati” e spesso, troppo spesso viene fatto silenzio su questa verità.

Addirittura, il mercato (illegale) di questo tessuto ha raggiunto livelli così alti che nè trafficanti nè bracconieri si fanno più scrupolo di lasciare in vita almeno le femmine (spesso anche gravide) dell’antilope, in modo tale da salvaguardare la specie. E, ovviamente, sono responsabili dell’irreparabile: i poveri animali sono in via di estinzione.

Per realizzare uno solo di questi preziosi scialle tanto fini e leggeri da poter essere contenuti in un pugno occorre il pelo di almeno 3 antilopi che, ovviamente, vengono uccise.

Il discorso delle pellicce è da sempre un argomento molto controverso e dover iniziare ora un dibattito in merito sarebbe impossibile, ma forse, una domanda può essere fatta: vale davvero la pena andare incontro all’estinzione di un’intera specie animale solo a causa di una mera fiera della vanità?

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