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L' altra metà del cielo e la festa della donna

I passaggi che hanno scandito le trasformazioni sociali di cui sono state protagoniste le donne (in particolare le donne italiane), in particolare negli ultimi quaranta anni, riguardano la vita familiare, ma soprattutto il rapporto con se stesse: io sono mia, slogan a volte abusato, indicava la scoperta rivoluzionaria dell’identità individuale.

Nel passato le donne erano identificate con vari appellativi: figlia di…, sorella di…, fidanzata o moglie di…, madre di…

Per la prima volta, prepotentemente, è stato rivendicato un ruolo sociale proprio a prescindere dalle parentele o dai legami di coppia.

Le prime figure di “single” – donne che hanno scelto priorità diverse dal matrimonio e dalla maternità – sono state giudicate negativamente e a volte emarginate.

Voler scegliere da sole, voler decidere della propria vita era considerato un atto di insubordinazione inaccettabile.

Oggi possono sembrare incredibili le lotte reali, fatte di discussioni animate e tensioni fortissime, sostenute dalle ventenni di allora per ottenere dai genitori margini di libertà come uscire, uscire di sera, andare in vacanza con amici…tutte cose che per i ragazzi (a volte ragazzini) di oggi sono scontate.

Naturalmente c’erano situazioni diverse, certamente al Sud d’Italia l’arretratezza culturale è stata più estesa e duratura: Volevo i pantaloni è il titolo di un romanzo biografico di una giovanissima siciliana, Lara Cardella, che ha testimoniato come la stessa disinvoltura nell’abbigliamento sia stata una faticosa conquista e un simbolo di emancipazione. Anche al Nord le minigonne, le magliette attillate, il trucco erano segnali esteriori di volontà di cambiamenti molto più significativi.

Un nome da ricordare è quello di Franca Viola, dalla cui vicenda è stato tratto il film “La sposa più bella”: è stata la prima ragazza, rapita contro la sua volontà (secondo la tristemente nota pratica della “fujitina”) che si è rifiutata di sposare il rapitore, mettendosi contro la volontà della stessa famiglia e di tutto il paese che avrebbero preferito la solita “composizione pacifica” del problema. E’ stata una vera eroina moderna.

Ma al di là dei singoli casi, pur eclatanti nella loro novità, è da segnalare il percorso generale, il desiderio di contare, di conoscersi, di capire i limiti della condizione femminile attraverso il confronto delle situazioni personali: il personale è politico si diceva ed indubbiamente c’era una diffusa persistenza di modelli culturali maschilisti.

La liberazione a cui si aspirava, l’emancipazione perseguita con tanta energia significava possibilità di esistere, di vivere anche in modo indipendente: quindi essenzialmente di lavorare fuori casa, avere il proprio stipendio e decidere liberamente se sposarsi o no e quando e se avere figli.

Si è affermato che la maternità è una scelta, non un destino o l’unico modo per realizzarsi.

Le donne hanno preteso e conquistato ( a durissimo prezzo ) un’ autonomia esistenziale che ancora non è stata del tutto “elaborata” dalla cultura dominante.

La parità ha dovuto essere sancita da una legge (mentre avrebbe dovuto essere sufficiente  la Costituzione, che nega ogni genere di  discriminazione), ma è ancora ben lontana dall’essere assoluta: non solo per la relativamente scarsa presenza di donne in ruoli –chiave, specialmente a livello politico, ma soprattutto per il gravosissimo doppio ruolo che la maggioranza delle donne deve sobbarcarsi per la quasi assoluta refrattarietà degli uomini italiani a condividere le incombenze domestiche, per non parlare dell’assistenza agli anziani. Svolta rivoluzionaria è stata la scoperta di una paternità più attiva e la condivisione delle cure alla prole: ma perché sentirsi molto moderni, anzi, “eroici”, per questo?

E’ successo raramente (forse) che qualche uomo abbia trascurato una brillante carriera per seguire meglio i figli, mentre molte donne hanno sacrificato la propria professionalità, o l’hanno vissuta con grande “stress”.

La nuova consapevolezza acquisita ha portato le donne ad esprimere la propria forza attraverso un movimento ampio, complesso, variegato.

Tutte unite, però, nel rivendicare il diritto di non essere molestate. Ci sono state tante manifestazioni contro la violenza, ma ci sono voluti vari decenni per fare approvare la legge che riconosce la violenza sessuale come un crimine compiuto contro la persona: si, perché prima veniva considerata un reato contro la morale, uno scandalo, non un delitto che rovina l’intera esistenza.

Ed a questo proposito non si può tacere quel caso di cronaca che segnò un’epoca: il famoso“ delitto del Circeo”, quando un gruppo di giovinastri della “buona borghesia” romana attirarono con l’inganno di una festa due sprovvedute ragazze minorenni di periferia in una villa sul litorale, dove le torturarono e violentarono ripetutamente in gruppo: è stato il primo caso di stupro “di branco”. Una ragazza morì per le sevizie e fu caricata nel portabagagli di un’auto insieme all’altra, creduta morta, ma sopravvissuta: i suoi gemiti hanno attirato l’attenzione di un passante…

Al processo il movimento delle donne si costituì parte civile ed una coraggiosa avvocatessa, Tina Lagostena Bassi, sfidò tutti gli artifici più biechi dei difensori che, con virtuosismi retorici paradossali e addirittura ridicoli, tentarono di dimostrare l’innocenza dei loro assistiti.

Sorvolo sulla fuga dal carcere e la non dimostrata morte di uno dei condannati.

La volontà delle donne e la loro forza (che superava le stesse divisioni politiche all’interno del movimento) ha portato alle conquiste civili degli anni ’70, al nuovo diritto di famiglia,  alla possibilità di sciogliere legami insostenibili (Divorzio).

Discorso a parte richiederebbe il tema dell’emancipazione sessuale: mi sembra corretto evidenziare che la tanto discussa legge sull’aborto è stata proposta per stroncare la piaga degli aborti clandestini, causa di danni permanenti o di morte per molte sventurate (specialmente nelle zone più arretrate del Paese) e motivo di enorme arricchimento per medici senza scrupoli, di cui molti dichiaravano pubblicamente di essere obiettori di coscienza.

La possibilità di vivere la sessualità con consapevolezza e determinazione è stata un’altra conquista dell’universo femminile: ma che cosa ne è rimasto?

La liberazione sognata e perseguita non significava certo banalizzare, svuotare di significato e di valore i rapporti. Oggi c’è una così superficiale ostentazione del corpo, anche delle parti cosiddette “intime”, che dovrebbero suscitare turbamento e desiderio, c’è un così diffuso atteggiamento di sfrontato narcisismo (per altro non solo femminile) e soprattutto una così generalizzata pratica consumistica del sesso (che è arrivata di recente alle aberrazioni consentite dai sofisticati dispositivi tecnologici in dotazione anche ai giovanissimi), che l’Eros è quasi “desaparecido” !

Eros è essenzialmente desiderio: oggi molti e molte giovani sembrano incapaci di attesa: tutto subito, cioè niente.

Sarebbe interessante sentire l’opinione delle ragazze moderne sull’attuale ruolo assegnato alla donna.

Non è sufficiente qualche dirigente d’azienda  o qualche sporadica rappresentante di partito a compensare il disastro di veline, cubiste, escort, eccetera.

DOVE SONO LE DONNE? quelle consapevoli, che sono scese in piazza, hanno creato il movimento… Perché non si ribellano a tutto questo scempio?

Questo è il senso dell’interrogativo rivolto da un’insegnante di un’Università americana, Nadia Urbinati, pubblicato su un quotidiano nazionale: ne è nato un intenso dibattito e confronto tra donne intellettuali, variamente impegnate. Tutte concordano nella necessità di rialzare la voce, di tornare a farsi sentire: la rivoluzione delle donne è ancora incompiuta,  anzi è stata “bloccata”.

Naturalmente resta aperto il tema della diversità di situazione delle donne appartenenti a culture diverse. Per molte il percorso è appena iniziato ed è fortemente ostacolato dalle tendenze integraliste.

L’argomento merita molta attenzione…

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