ambiente

L’uomo grammaticale

In treno, quella sera, c’erano i soliti arrapati in cerca di un posto gradevole in cui far divertire il loro “ragazzo”.

Lei, minigonna, cappotto rosso, scarpe nere col tacco, borsa e cappellino nero, aveva ben poca voglia di difendersi dai soliti assalti, così scelse un posto lontano da elementi di sesso maschile, curandosi di mantenere un atteggiamento poco socievole: voleva sonnecchiare.

Quella specie di suo ormai ex fidanzato l’aveva fatta stare sveglia tutta la notte prima, in giro per locali insieme a dei curiosi individui che lui chiamava amici: ben strani a dir la verità.

Così, ben decisa a farsi i fatti suoi ed a farli fare agli altri, quando per altri intendo i maschi assaltatori di cui sopra, si accomodò con la faccia ben rivolta al finestrino e con un’espressione truce.

Il treno conciliava il sonno, se mai la stanchezza della notte appena trascorsa non le fosse bastata.

La sosta alle stazioni le faceva aprire gli occhi sul marciapiede del binario: le solite facce di pendolari che andavano a lavorare nella notte o l’indomani nella grande città guardavano attonite il mostro di ferro come se li portasse a svolgere un ingrato e sgradevole compito.

Un’ultima stazione, un’ultima sosta: poi lei sarebbe arrivata a destino per potersi godere il meritato riposo dopo aver detto addio per sempre a quell’uomo insulso che non sapeva nemmeno la grammatica e che, sicuramente, a scuola era stato l’ultimo della sua classe.

Non sapeva, lei, che lì, sul marciapiede dell’ultima stazione, c’era in agguato lui: il poeta, l’uomo grammaticale in un ragguardevole involucro tonico e muscoloso in tutte le sue parti migliori.

“Come avrò fatto? – Si domandava pensando all’ultima sua fiamma e cercando di indagare tra le pieghe del suo cuore – Certo, avevo bisogno di innamorarmi! Lui aveva tanta disinvoltura nel muoversi e mi guardava intensamente con quei suoi occhi così neri e lucidi!

Che ne potevo sapere che la sua sicurezza gli veniva da qualche bicchiere di wisky e che i suoi occhi erano lucidi perché si era fatto una canna?

Che ne sapevo che le sue attenzioni gli venivano dalla voglia di conquistarsi un trofeo?“

Ma lei aveva bisogno di un amore… lo cercò… e volle trovarlo in quello sciagurato sperperatore di quattrini al gioco.

Quella notte lo aveva letteralmente sbattuto giù dal letto facendolo cadere rovinosamente e pericolosamente vicino al comodino.

Temette di averlo ucciso e pensò: “E adesso, questo dove lo sotterro senza farmi vedere da nessuno? Non voglio farmi rovinare la vita da questo coso stupido e inetto!”

Le aveva fatto schifo il suo alito puzzolente d’alcol e quel parlare, parlare e parlare della favolosa partita a poker di quella sera, a cui lei aveva dovuto, suo malgrado, assistere, e nella quale, come al solito, lui aveva perso anche i soldi che non aveva. Continuava a parlare di rivincita e che se gli fosse arrivata quella certa carta li avrebbe fatti tutti neri etc. etc.

Lì, inerme sul pavimento, le sembrò ancora più inutile ed ora stava per diventare anche un grosso fastidio per lei.

Invece lui si riprese e lei diede un bel respiro di sollievo quando vide che si addormentò subito dopo essere riuscito a risalire sul letto, curandosi di tenerlo a debita distanza per evitare il benché minimo seppur casuale contatto di quel coso inzuppato di wisky.

Forse la botta che aveva preso alla testa, cadendo, aveva contribuito a quel sonno che non le sembrava affatto naturale.

“Chi se ne frega, – pensò – se lui va un po’ in coma io domattina me ne posso andare senza essere costretta a parlarci ancora”.

Lo sciroccato pseudo-fidanzato, invece, si svegliò: un po’ più sciroccato di prima a dire la verità, ma, tanto, se gli si era sbullonata qualche altra rotella, poco male, intanto non avrebbe più avuto a che fare con lei e poi, ma chi si sarebbe potuto mai accorgere del danno? Rotella fuori posto più, rotella fuori posto meno…

Con gli occhi chiusi, cercando di liberare la mente per dormire un po’, era quasi riuscita a fare tabula rasa degli ultimi tempi insieme allo strano soggetto: era quasi riuscita ad addormentarsi.

Il treno frenò. Lei aprì gli occhi. L’uomo grammaticale le aveva teso l’agguato e stava lì, seduto davanti a lei, occupando senza diritto il posto che, fino a poco prima, non aveva fatto accomodare natiche maschili.

Con finta timidezza, lui l’agguantò con una domanda banale.

Lei rispose svogliatamente e brevemente: voleva tornare a dormire!

Ma lui sembrava un molestatore di professione: non appena lei volgeva il capo per riassopirsi, lui la incalzava con qualche domanda, finché non la svegliò del tutto.

“E sia! – Lei pensò – Meno male che sono quasi arrivata”.

Lui, non volendo lasciarsi sfuggire la preda, la coinvolgeva in discorsi profondi: “Fa sempre tardi questo treno?”

Mentre lei pensava: “Che cavolo vuoi ne sappia io di questo treno? Lavoro alle ferrovie forse? Mi tieni sveglia per farmi domande del genere?

Invece rispondeva educatamente: “Beh, può darsi, ma io non lo prendo tanto spesso”.

E lui, non demordendo: “ Non mi piace il lavoro che sto facendo”. E giù a lamentarsi!

Sarà stato perché aveva sonno, per la stanchezza, o forse perché lui parlò talmente tanto ma lei, alla fine, non aveva capito in che cosa consistesse il suo lavoro, solo che non era una cosa tanto cattiva, disdicevole e che non lui era un delinquente.

Cominciò a piovere… e lei non aveva l’ombrello: solo il suo cappellino di feltro nero che non sarebbe bastato a ripararla, anche perché non era a falde larghe.

Scesi dal treno si mise a piovere ancora più forte e lui, tirando fuori dal suo cilindro magico, per via delle circostanze mascherato da zaino, un piccolo ombrello nero, glielo porse come affidandole un’arma segreta.

La buona educazione non è sempre una gran cosa: le avevano insegnato che qualsiasi cosa ci diano in prestito, questa va restituita.

Si sentì in imbarazzo. Come avrebbe potuto restituirglielo? Lui non le chiedeva il suo numero di telefono, per cui lei, senza troppa convinzione, gli diede il suo, col solo e semplice intento di ridargli l’oggetto quando lui l’avrebbe chiamata, se mai avesse voluto farlo.

Le parole sono una gran cosa…o niente del tutto se non danno seguito a cose buone.

Lui la richiamò dopo qualche tempo. Lei gli disse subito dell’ombrello. Lui glissò togliendo importanza all’argomento, virando su altri per lui sicuramente di maggiore interesse, quantomeno adatti al suo scopo.

Lui la faceva parlare, le chiedeva di sé, s’interessava a lei…

Ah! Un uomo che ti ascolta con pazienza!

Ah!  Un uomo che è interessato al tuo mondo interiore senza altro fine!

Eh Si! Perché loro due non si vedevano ma parlavano tanto: lui le telefonava e spendeva ore al telefono con lei: e le diceva che aveva una bella voce, mentre qualche allusione sensuale serpeggiava già, insinuandosi infidamente nei discorsi… infiammando il cuore…ed il corpo di lei!

L’uomo grammaticale sfoderò dal suo cappello magico l’intero repertorio della conquista, sperimentato più e più volte con buoni risultati.

Lei notava con piacere l’uso disinvolto ed appropriato che lui faceva del congiuntivo, soprattutto perché i suoi ultimi amori si ingarbugliavano la lingua fino a farfugliare delle strane ed improbabili frasi quando si imbattevano in questo che, per molti, si aggiunge ad uno degli imperscrutabili misteri divini.

Disquisizioni di filosofia spicciola a lei sembravano, enunciati da quella voce resa più calda probabilmente dal fumo, dalla faringite, dalla sinusite cronica e dalla posizione sdraiata assunta all’uopo, l’espressione di un uomo che ha raggiunto l’equilibrio che viene dall’onestà: verso se stessi e verso gli altri.

Lei, col tempo, perché n’ebbe tanto, scoprì che lui quell’equilibrio lo aveva trovato nell’utilità: verso se stesso.

La parola appropriata non fallisce su un cuore sensibile…e bisognoso…

I discorsi premeditati di chi è abituato a tastare le note del cuore femminile per sedurlo volgono “distrattamente” sull’amore, sulla solitudine… e fanno credere che chi li pronuncia è un cuore sensibile e solo…che invece è ammogliato con prole!

Persino il trillo del telefono ed il tu-tuuuu della conversazione conclusa suonavano per lei “diversi” quando era lui a chiamarla: magia dell’“amore” puro!

Un uomo sensibile! (O un uomo cauto che vuole capire che dall’altro lato non ci sia una testa calda che gli rovina la festa?).

Un uomo che non ha fretta di concludere in un mero rapporto sessuale! (O un uomo che ha bisogno di tempo perché deve sistemare le cose con l’ultima amante e deve avere il tempo di organizzarsi?).

Un uomo che vuole costruire! (O vuole costruire la casa per la moglie?).

Dopo due mesi o più di telefonate disinteressate, venne il momento della restituzione dell’ombrello.

“Prendiamo un caffè insieme?” – Le disse lui una sera.

“Certo” – Rispose lei come se l’avessero invitata al Gran Galà dell’ambasciata del Principato di Monaco.

“Così ti restituirò l’ombrello”- Proseguì lei mentre l’oggetto si figurava nella sua mente come il prezioso scettro di cui un principe (lui) le aveva affidato la custodia come ad unica donna eletta tra milioni e milioni di candidate.

Beh, in effetti, lei un’elezione l’aveva vinta…quella di cretina per tutto il decennio a venire!

Andarono in uno squallido caffè per consumare un caffè al banco ma a lei sembrò che il locale fosse stato aperto solo per lei, mentre la sua mente trasformava il luogo nel giardino dell’Eden, tuttavia un Eden proletario.

La gaffe che lui fece facendola entrare per prima nel bar lei la considerò un eccesso di premura. Povero caro! Forse era già innamorato!

Altri poveri sventurati che si erano azzardati a fare la stessa cosa, lei li aveva irrimediabilmente tacciati come inguaribili cafoni.

Altri sfortunati che le si erano avvicinati troppo, lei li aveva verbalmente castrati costringendoli ad allontanarsi proteggendo preventivamente il loro gingillo con le mani per paura che la forsennata sferrasse qualche calcio animalesco.

Non sapeva, lei, ancora, che uomini veramente soli, con la mente ed il corpo digiuni dell’affetto di una donna, ma soprattutto senza una moglie a casa a riempire o a svuotare, a seconda che si parli di vuoti affettivi o di svuotare piselli, non potevano prendersi tutto il tempo necessario a “scaldarle i muscoli” ma avevano fretta di scaldare il loro povero ed abbandonato “muscoletto”.

Farsi le seghe o andare a puttane non è una cosa malvagia se non c’è altro da fare: libera la mente!

E così, al ritorno dalla fantastica serata durata venti minuti, gli occhi di lei erano talmente abbacinati dai riflessi della luna sui suoi capelli neri che quando lui la salutò poggiandole le labbra sulle sue (mentre un pelo dei suoi baffi le entrava in una narice), lei sperimentò sul suo corpo la nuova scoperta della fisica secondo la quale anche un corpo fatto di carne può sublimare e ciò può accadere in un nano-secondo.

Propongo una raccolta di firme per una petizione a Dio: che intervenga pesantemente con Cupido e con sua madre Venere, che quel ragazzino non vada in giro a scagliare impunemente frecce contro quelli che sono di religione cattolica ma lo faccia solo con i pagani – ad ognuno il suo territorio – e che, se proprio gli scappa di giocare, che almeno trafigga tutti e due i personaggi coinvolti, che non faccia innamorare nessuno di gente sposata, e che, soprattutto, giri alla larghissima da me!

Quando lui le rivelò, perché costretto dalle circostanze (taccio sui pietosissimi particolari), di avere moglie e prole, lei scoprì in sé un’innata sportività.

“Beh, – disse- finché stiamo bene!” – Ormai persa nell’etere e nei congiuntivi dominati con maestria dall’uomo grammaticale.

Finché, un giorno, molto tempo dopo, lei ebbe fame e…mangiò tutto il prosciutto che foderava i suoi occhi: un po’ troppo stagionato per la verità, in ogni caso esso ora non stava più sui suoi occhi, aveva svolto la giusta funzione di deliziare il suo palato ed aveva infine dato il suo ben elaborato e lodevole contributo anche alle fogne.

Regola1: non sempre la buona educazione è una cosa buona.

Regola 2: attenzione ai poeti.

Regola 3: dopo un incontro sciagurato osservare un adeguato tempo di purificazione, altrimenti ne segue sempre un altro peggiore.

Regola 4: un uomo che disturba il vostro riposo è da “evitare”.

Regola 5: un uomo che comincia lamentandosi è da fuggire.

Regola 6: mai lasciarsi impressionare da un congiuntivo ottimamente usato, si basa sul “se”.

P.S. E’ l’uomo che vuole starvi accanto e vuole esservi compagno nella vostra vita quotidiana quello che vi scrive sul cuore i milioni di versi dedicati soltanto a voi, poesie che non possono essere declamate per nessun’altra che per voi. Il tempo della sua esistenza che vi “vuole” dedicare è la migliore armonia di note che si possa comporre, e non ci sono “se”.

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