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I fantastici quattro

Premessa.

Il senso del dovere era una delle qualità che lo contraddistingueva e per nulla al mondo sarebbe venuto meno ad un impegno ufficialmente preso.

Per tenere fede a quanto sopra, e dopo avere pensato e ripensato, dopo quattro anni di vita coniugale arrivò alla conclusione che due persone soltanto non ce la potevano fare a portare il peso di un matrimonio ed avrebbe avuto bisogno di un aiuto, o forse di più d’uno.

Già in passato, seppur in altri luoghi, aveva condiviso il peso del fidanzamento con molteplici volontarie: con alcune per una sola e casuale occasione, con altre per più incontri e periodi abbastanza lunghi.

Ora però, trattandosi di matrimonio, e quindi di cosa più seria, si rendeva necessaria una valutazione più responsabile.

Facendo appello all’altrui sapienza ed alla propria, la ricerca si rivolse quindi a collaboratori di sesso femminile: del resto la categoria di collaboratrici domestiche, delle cui mansioni lui dava un’interpretazione filosofica speciale, sicuramente più ampia, esisteva già.

Per cominciare la difficile selezione e verificare la propria capacità di destreggiarsi in un menage matrimoniale con più di due persone, iniziò quindi con l’esaminare rigorosamente ciò che gli cadeva nel piatto.

Come dicevo prima, trattandosi ora di condividere il peso non già di un fidanzamento ma di un matrimonio per di più arricchito da prole, ebbe la chiaroveggenza e l’umiltà di farsi aiutare da amici e conoscenti negli studi di fattibilità, pur avendo lui notevole esperienza, soprattutto nella valutazione dei rischi.

Dopo avere individuato le candidate di suo gradimento e scartate le altre, prendeva accurate informazioni su di loro assicurandosi che non avessero trascorsi di scenate alla presenza di legittime mogli.

Condotti con successo i primi esercizi extraconiugali e vedendo che, proprio come ai tempi del fidanzamento, essi si rivelavano ricreativi e di facile realizzazione, risolse che poteva lanciarsi alla ricerca di qualche collaborazione che, per arrivare effettivamente alla condivisione di quel peso, non solo essa sarebbe dovuta essere più duratura e continuativa, ma esigeva un piano programmatico per il raggiungimento di obiettivi a lungo termine.

Essendo lui uomo che amava applicarsi molto nel campo ed avendo ora a disposizione una schiera di amici consiglieri che avevano avuto ed ancora avevano le sue stesse esigenze, il progetto, che fu elaborato nel corso di lunghe chiacchierate, si prospettava di sicuro successo.

Ferme restando le valutazioni dei rischi di cui sopra, il principio preso come fondamentale fu: “Massimo rendimento con il minimo sforzo”.

Conveniva quindi rivolgere l’attenzione a soggetti non troppo lontani dalla casa coniugale al fine di rendere più agevoli gli allontanamenti e gli eventuali repentini ritorni alla base, se si fossero resi necessari.

Nella piccola provincia il materiale non era molto: meno ancora le donne posate e coscienziose che avrebbero potuto amorevolmente comprendere e compatire le sue tribolazioni d’uomo sposato.

Non fu perciò colpa sua se gli cadde nel piatto, e lui non la scartò, proprio una donna che aveva contribuito a risvegliare in lui le sue prime sensazioni di uomo quando ambedue, allora giovani adolescenti, si scambiavano sguardi che solo a quel tempo avrebbero dovuto avere il loro legittimo prosieguo.

Non fu certo colpa sua se lui era costretto a vederla quasi tutti i giorni.

Non fu certo colpa sua se sua moglie era amica di lei ed aveva continuato a frequentarla anche dopo essersi sposata.

Non fu certo colpa sua se lei gli lanciava sguardi maliziosi.

Non fu certo colpa sua se lei gli faceva battute piccanti.

Non fu certo colpa sua se lei, seppur accompagnata da legittimo marito, aveva cominciato a fare la civetta con uno sconosciuto dandogli il diritto di rivendicare la precedenza.

Non fu certo colpa sua se lei era la moglie del suo migliore amico e perciò veniva costretto ad andare persino al mare con lei, per giunta in compagnia della propria moglie e della connessa figliolanza.

Non fu certo colpa sua se  anche la loro rispettiva e diretta discendenza trovava nel gioco qualcosa da condividere.

Non fu certo colpa sua se lui aveva l’innata sensibilità che gli faceva intuire quanto lei sentisse grave su di sé il peso di un matrimonio, per di più caricato da figli.

Lo sguardo di lei spesso vagava lontano alla ricerca di chissà cosa.

Certo della comune sofferenza, ed in memoria dell’antica e mai rivelata passione, cercò di alleviarle i dolori con storie di altri raccontate su carta.

Armato di buona volontà nel portare a termine la sua missione fece nascere in lei la passione per la lettura.

L’andirivieni di lui alla casa di lei divenne quasi quotidiano, e quotidiani i consulti ed il loro scambio di opinioni.

Il neonato circolo letterario a due divenne ben presto testimone di infervorati accadimenti, non solo discussioni letterarie.

“Galeotto fu il libro…”, ma la Divina Commedia, seppure il canto dell’Inferno sia annoverato tra le più alte espressioni di poesia del mondo, proprio non lo lessero, anche se sarebbe forse tornato utile, quanto meno premonitore ed ammonitore.

Fu allora forse per questa terribile e casuale mancanza che Antonio ed Anna Rita, colpevoli solo di condividere un disagio e vittime delle circostanze che congiuravano contro di loro, si associarono per portare insieme il peso dei rispettivi matrimoni.

La conduzione della società ebbe successo per quasi sei anni, in barba alle statistiche che vogliono che la vita media della maggior parte delle imprese nascenti sia al massimo di cinque.

Probabilmente tale riuscita fu dovuta al fatto che Antonio, per evitare di sovraccaricare troppo la povera Anna Rita e tenendola all’oscuro per non darle troppi pensieri, aveva aperto un’attività parallela con una bella del Circeo che interveniva nell’affare quando, per ragioni di tranquillità familiare, quella doveva riaprire il suo negozio al proprio marito.

Per moglie, socia di primo grado (così contraddistinta perché a breve distanza dalla sua casa coniugale e perché addentrata nella sua vita familiare) e socia di secondo grado (perché a maggiore distanza dalla sua casa coniugale ed all’oscuro del suo stato civile), Antonio, per legittimare ogni allontanamento da una a beneficio delle altre poneva l’unico veto del  “Momento introspettivo” durante il quale, si sapeva, lo si doveva lasciare in pace.

Nei casi di maggiore criticità ricorreva al “Momento dell’offesa” che era la risposta più efficace ai dubbi della turnante che opponeva le proprie sospettose rimostranze.

La moglie non poteva sospettarlo di infedeltà senza ricevere in cambio lo sguardo offeso ed umiliato di lui seguito da un repentino allontanamento fisico che lo costringeva a richiedere altra nonché immediata consolazione.

La socia di primo grado non poteva accusarlo di vederlo troppo poco senza che lui non le facesse presente le innumerevoli peripezie che doveva escogitare per poterla incontrare.

La socia di secondo grado non poteva lamentarsi dei mancati appuntamenti senza che lui la impressionasse con racconti di avventurosi imprevisti di cui lui era l’immancabile protagonista, col risultato di accrescere il suo fascino.

Lo scioglimento dell’unione societaria con Anna Rita (o Anna, come preferiva chiamarla lui), avvenne per iniziativa di lei, probabilmente perché Antonio non aveva dato seguito a quel progetto d’affari esclusivo con lei vagheggiato nei momenti di maggior fervore dell’attività.

Lui, a suo dire, vita natural durante avrebbe continuato con quell’impresa, sia perché essa era fiorente e sostenibile sia perché, é notorio, “squadra vincente non si cambia”.

Buon marito e padre di famiglia, lui ci teneva alla solidità del suo matrimonio e non era per nulla disposto a vederlo fallire per non essere riuscito a puntellarlo al momento giusto. Doveva assolutamente intervenire con un’iniezione di energia fresca che solo all’esterno avrebbe potuto attingere.

Uomo di grande senso pratico, fortemente orientato alla risoluzione dei problemi, quando ancora non era finita ogni schermaglia (amorosa) con Anna Rita e qualche scaramuccia qua e là si faceva sentire ancora, lui già volgeva il suo sguardo previdente alla ricerca di un’anima sensibile desiderosa di soccorrerlo e sostenerlo.

Quale sacrificio non si fa per la famiglia, e soprattutto per i figli!

Anna Rita si sentì però offesa quando, anche non sapendo della società parallela con la bella del Circeo, che pure era stata liquidata da poco, vide il suo ex socio in affari in compagnia di un’altra collaboratrice domestica volontaria che sembrava essere già sulla strada per diventare socia effettiva.

Cos’altro avrebbe potuto fare il povero Antonio?

Non é forse degno di lode un uomo che dispensa il suo corpo per garantire gli equilibri familiari?

Non fu forse un merito l’avere trovato una collaboratrice, divenuta poi socia onoraria, che con lui condivise il peso del suo matrimonio per altri undici anni?

Non esagerò forse Anna Rita quando, agli occhi dei loro rispettivi consorti Gina e Fabio, tentò di far passare il povero Antonio per un assetato di sesso che la voleva trascinare nel peccato suo malgrado?

Per lunghi anni e con piena soddisfazione, che si può ben dire non aveva mai avuto da suo marito, Anna Rita aveva beneficiato dell’aiuto generoso di Antonio, con buona pace loro e delle loro famiglie tutte.

La riconoscenza é una dote di pochi, questo bisogna pur ammetterlo!

Non si rendeva forse conto Anna Rita che con le sue rivelazioni avrebbe distrutto un’amicizia veramente intima? Un’amicizia che andava avanti dai tempi delle medie?

In sostanza era stata lei a volere chiudere quella fruttuosa collaborazione con uno le cui referenze aveva potuto verificare personalmente e che si erano mantenute costanti per tutto il tempo!

Era stata solo lei ad avere rotto la sua promessa di non lasciarlo mai!

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