Andamento del “Welfare”.

Andamento del “Welfare”.

Premessa

Sortole il ragionevole dubbio che le cose non fossero esattamente come lui le faceva intendere, lei volle dissipare le ultime incertezze.

Nel giro di due giorni lei aveva cosparso il cammino di lui di carboni ardenti e quindi, per paura che le sue delicate estremità finissero arrostite lui la piantò così, su due piedi, senza neanche la dignità di un addio come si conviene a chi ci ha amato per lungo tempo: lei poté quindi accertarsi che lui non era proprio la vittima di una triste condizione sopportata solo per causa di forza maggiore.

“Questa storia mi ha rotto le palle!” – Le aveva detto lui mentre la scaricava. Lui espresse in tal modo la sua opinione su ciò che per lei era stato un “Pensiero felice”.

Evidente che provenivano da due diverse scuole di pensiero.

Lei soffrì, si disperò, sopportò il suo dolore dignitosamente e si rassegnò allo stato delle cose, anche se nel frattempo aveva perso molte lacrime e qualche chilo, benché fosse stato solo uno a farle stare stretta la taglia 42.

L’amore, però, si sa, se non è nutrito ma invece bistrattato, finisce, prima o poi,  per dirigersi baldanzosamente in porti più accoglienti.

Destino peggiore ha l’amore a senso unico che, finiti tutti i pietosi inganni che può far concepire a qualsiasi individuo si ostini a riversare su qualche mulo recalcitrante tutte le sue cure, batte alla svelta in ritirata per non tornare più.

Così lei, dopo lunghi e tristi giorni di sconforto, passati spesso chiedendosi chi era in effetti quell’uomo che aveva adorato, arrivò alla conclusione che aveva perso nient’altro che un’illusione: quindi niente. Non aveva certo voglia di risentirlo, e non avrebbe fatto nulla per rivederlo. Piuttosto, quando il ricordo di quell’uomo ritornava ad affacciarsi per sbaglio alla sua mente, pensieri poco delicati suggerivano che un incontro casuale avrebbe avuto conseguenze letali, ma solo per lui.

Un giorno, dopo molto tempo da quell’addio che lei aveva creduto un infausto evento, mentre si preparava furiosamente per andare al lavoro seguendo scrupolosamente la sua strategia di azioni coordinate e perfettamente sequenziali che ogni mattina le faceva vincere la battaglia all’ultimo sangue ingaggiata contro i secondi che scorrevano veloci, il suo telefono squillò: interferenza esterna non prevista.

Infilandosi la calza sinistra prese l’apparecchio in mano con la mano destra e rispose: troppo poco tempo perché l’impulso visivo collegasse il numero apparso all’identità del chiamante.

Quando sentì la voce dall’altro capo, il cerchio si chiuse. Benché il buongiorno che le si rivolgeva avesse resuscitato in lei la memoria di tutte le parole poco lusinghiere in uso nell’arco temporale che va dalla preistoria ai giorni nostri, ella riuscì a replicare con un civilissimo: “Che cosa vuoi?”

– “Sei stata tu a chiamarmi!”

– “Ma non è vero!”

– “Sì, sì! Mi hai chiamato ieri sera, ed hai fatto squillare il mio telefono anche con una certa insistenza, tanto che ho pensato fosse successo qualcosa!”

Certo lei non avrebbe mai pensato di ricorrere a lui in un’eventuale situazione d’emergenza, ma avere la certezza che alla bisogna lui si sarebbe fatto vivo dopo non meno di 8 ore le fece supporre che forse lui non era persona su cui riporre speranze di salvezza.

Aveva fretta, troppa, per ribattere e pensava inutile approfondire, perciò:

”Io non ti ho chiamato, e, comunque, non è successo niente!”

“Ma cosa si va inventando?”– Pensava lei  mentre cercava di  recuperare il tempo perso adottando la strategia della preparazione urgente: indossare quasi ogni cosa senza allacciarla, tirare su la cerniera della gonna in autobus, abbottonare la camicia in ufficio, tanto aveva sopra la giacca ed anche il cappotto, tirare su la zip degli stivali in ascensore.

In balia della collera, mentre ripensava a quella scusa assurda di lui, tra l’altro condita da una buona dose di egocentrismo (a chi, se non a lui, avrebbe dovuto ricorrere lei per trovare aiuto e conforto se le fosse accaduto qualcosa?), volle controllare le sue ultime chiamate in uscita.

– “Quale onta! Una chiamata dal MIO telefono verso il telefono di quello là? Mi ci mancavano i fantasmi nel telefono! Anche questo aggeggio infernale congiura contro di me?!”

L’onta si trasformò in rabbia, la rabbia si trasformò in un’espressione verbale poco signorile che le sfuggì dalla bocca suo malgrado.

L’uomo di fronte la guardò.

“E mo’? Che hai da guardare? Non te lo immagini che solo uno della tua stessa specie può provocare tali accessi?” – Pensava lei mentre armeggiava con la mano sinistra nello spazio tra i due bottoni inferiori del cappotto nel tentativo di abbottonarsi la gonna e brandendo il telefono nella destra.

L’uomo trasalì, forse a causa dello strano traffico sotto l’indumento, poi distolse lo sguardo facendo l’indifferente: meglio evitare contatti con certe donne…

-“Ora penserà che ieri sera avevo voglia di parlare con lui e che ora ho negato l’evidenza, che ho tirato il sasso ed ho nascosto la mano! Io!”

Lungi da lei il pensiero di richiamarlo per dirgli che la chiamata era partita in maniera involontaria – poi scoprì che il numero di lui era memorizzato al tasto 1 delle chiamate rapide che aveva schiacciato inavvertitamente – elaborò un messaggio che a lei sembrava chiaro e neutrale: “Ho visto la chiamata di ieri sera verso il tuo telefono. Non succederà più”.

Lui, lui che l’aveva lasciata con una telefonata, dicendole, senza mezzi termini, che non poteva vederla più e che quella “storia gli aveva rotto le palle”, volle risponderle.

Le scrisse: “Non hai bisogno di scusarti, se vuoi puoi anche chiamare. Sono io che non devo chiamarti”.

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