Tumore alla vescica, fumo causa 65% dei casi

Pubblicato il 10 marzo 2017 09.00 | Ultimo aggiornamento: 9 marzo 2017 09.36

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Tumore alla vescica, fumo causa del 65% dei casi

I l fumo non aumenta solo il rischio di tumore al polmone, ma anche quello di cancro alla vescica nell’uomo. Le sigarette, dicono le stime degli esperti, sono responsabili del 65% dei tumori alla vescica nell’uomo in Italia.

Il tumore della vescica è il quarto tumore più frequente nei maschi e l’undicesimo nelle donne. L’incidenza globale della malattia in Italia è in lieve aumento, tanto che, dal 2030 si attendono più di 35 mila nuovi casi ogni anno.

“Le differenze di genere in questa patologia sono abbastanza evidenti – afferma Renzo Colombo, urologo e Coordinatore di Area Uro-Oncologica dell’Ospedale San Raffaele di Milano -. Ogni anno in Italia si ammalano 21.000 uomini e 5.000 donne. Tuttavia, rispetto al passato, mentre oggi l’incidenza di questa malattia negli uomini è in riduzione, nelle donne risulta in sensibile aumento”.

Il fumatore, ha spiegato il dottor Colombo, ha un rischio di sviluppare la malattia che è quasi cinque volte superiore rispetto ad un non tabagista. Il vizio, storicamente quasi esclusivamente maschile, è negli ultimi anni in deciso aumento tra le donne italiane e questo può spiegare l’aumento dei casi femminili. Smettere definitivamente di fumare riduce significativamente il rischio di sviluppare un carcinoma della vescica dopo dieci anni, tuttavia anche dopo 20 anni dalla sospensione il rischio rimane comunque superiore a quello di coloro che non hanno mai fumato.

Le possibili terapie contro il tumore della vescica sono diverse. Si va dalla chemioterapia alle nuove prospettive aperte con l’immunoterapia, dalla chirurgia personalizzata alla radioterapia.

L’immunoterapia con l’utilizzo degli anticorpi monoclonali che hanno come bersaglio il PD-1 o PD-L1 (due proteine in grado di influenzare la risposta immunitaria) ha dimostrato nell’arco dello scorso anno di potere cambiare la storia del trattamento dei pazienti con malattia avanzata”, sottolinea Andrea Necchi, dirigente medico del dipartimento di oncologia medica dell’Istituto nazionale tumori di Milano.